Roma, 27 apr – Dato il rafforzamento delle frontiere del Niger, il Ciad è diventato una rotta emergente nell’esodo verso il Nord e, da lì, alle coste europee, per migliaia e migliaia di uomini, donne e bambini, in fughe dalla violenza terrorista, dai disastri ambientali e carestie. Mario Giro, viceministro degli Esteri, appena rientrato da una missione nel paese africano, afferma in una intervista ad Avvenire che intervenire in quell’area non è solo una questione umanitaria ma anche “di sicurezza e geopolitica”: “La nazione ospita almeno 100mila profughi. Il recente flusso di persone in fuga da Boko Haram, si somma a ondate precedente di profughi centrafricani e darfuriani. Per la nazione, povera e in gran parte desertica, si tratta di un impatto importante”, “l’elemento fondamentale è ridurre al minimo la fase di emergenza e di assistenza. E consentire ai nuovi arrivati di poter lavorare e integrarsi nel tessuto socio-economico. La cooperazione, pertanto, si sta orientando verso sistemi creativi di aiuto che rendano i profughi soggetti attivi. Attraverso la concessione di prestiti per attività agricole e micro-commerci, la riattivazione delle scuole… L’Italia è impegnata in prima linea in tal senso. Come già annunciato, abbiamo stanziato trenta milioni per i prossimi tre anni per la cooperazione con i Paesi della regione – Ciad, Niger, Nigeria Camerun – che si aggiungono a un precedente contributo, l’anno scorso, di sei milioni”. E conclude: “L’Africa è la profondità strategica dell’Europa. Ci è vicina, non solo geograficamente. Come dimostra il flusso di migranti che approda sulle nostre coste”.