Come in ogni appuntamento elettorale, anche in occasione del referendum per l’autonomia del Veneto l’Istituto Cattaneo ha compiuto delle analisi sugli spostamenti di voto verificatisi rispetto a precedenti consultazioni. In questo caso, in ragione della disponibilità dei dati necessari allo svolgimento col “modello di Goodman” delle stime, sono stati considerati tre comuni (Padova, Treviso e Venezia). Il confronto è stato fatto con le elezioni politiche del 2013. Le indicazioni che emergono dai tre casi sono sostanzialmente convergenti e, se da un lato, mostrano alcuni risultati scontati, dall’altro, fanno intravedere risultati che possono essere considerati più sorprendenti e quindi di valore politico maggiore. Un primo risultato del tutto scontato e prevedibile è quello che mostra – in tutte e tre le città considerate – l’unanime partecipazione a favore del Sì degli elettori leghisti. È un dato che non ha bisogno di molti commenti. La Lega è stata la principale promotrice del referendum ed è un partito che, rispetto alle elezioni del 2013, ha rafforzato la propria presenza e il proprio peso elettorale: del tutto prevedibile che i suoi sostenitori andassero in massa a sostenere la consultazione per l’autonomia. All’interno delle altre forze della coalizione del centrodestra non c’è però altrettanta unanimità.
L’ELETTORATO L’elettorato che nel 2013 scelse il Pdl fa emergere qualche defezione. Una quota di un certo rilievo (pari al 20% a Treviso, al 28% a Padova e – si ricordino le cautele di cui si diceva prima – al 68% a Venezia) ha infatti disertato le urne. Si tratta di un risultato che appare in linea con precedenti consultazioni elettorali, ossia con la tradizionale refrattarietà di una parte dell’elettorato “berlusconiano” ad impegnarsi nelle consultazioni referendarie. Anche al referendum costituzionale del 2006, quello che dava l’opportunità di pronunciarsi proprio sulla riforma promossa dal governo di centrodestra, una parte consistenti di elettori berlusconiani rimasero a casa il giorno il voto. Un dato certamente interessante, e su cui si può aprire un’interessante discussione, è quello che mostra – in tutte e tre le città considerate – gli elettori del M5s (ripetiamo: gli elettori che alle politiche del 2013 scelsero M5s) unanimemente favorevoli al Sì. È un segno che – affiancato a ciò che emergeva in precedenti consultazioni referendarie (quella sulle trivellazioni in mare nel 2016 e quella sulla riforma costituzionale sempre nel 2016) – indica che questo elettorato si va consolidando sempre di più: in ogni votazione il “partito di Grillo” identifica un chiaro obiettivo politico e il suo elettorato agisce di conseguenza. In questo caso, la promozione dell’autonomia del Veneto è stata, evidentemente, percepita come uno strumento da utilizzare contro il “sistema” a cui il M5s si oppone. L’elettorato di questa forza politica ha dato una risposta compatta e unanime (per avere un quadro più completo si tratterà, non appena i dati necessari saranno disponibili, di vedere in che misura in Lombardia, dove l’affluenza è stata minore, il comportamento dei “grillini” sia stato simile a quello registrato in Veneto). Gli elettori che nel 2013 scelsero il Pd si dividono. A prevalere è la scelta del non-voto (a cui aderisce una quota compresa fra il 57% di Venezia e il 66% di Padova). Vi è però anche una fetta rilevante (pari, all’incirca, a un terzo) che, in linea con l’indicazione di alcuni esponenti di questo partito, ha scelto di recarsi alle urne e votare Sì. Vi è infine un 3% che sulla scheda ha votato No. ( red – 23 ott)
