Nessuna volontà di eludere il tavolo col governo (“non è che domani non vogliamo andare, è che non possiamo: il disegno di legge sull’autonomia ancora non è pronto), nessuna volontà di scontro né tantomeno di rappresentare una sola parte politica, perché “purtroppo non esiste un partito che vale il 57%” ovvero la percentuale di affluenza ottenuta dal rederendum per l’autonomia del Veneto. Luca Zaia, governatore del Veneto, si presenta in commissione alla Camera per parlare di federalismo, proprio alla luce dell’esito del referendum regionale. “Andiamo al tavolo senza alcuna volontà di scontro, con un disegno di legge di 54 articoli e con 23 materie. E’ una proposta seria, studiata, la dobbiamo ai cittadini veneti – spiega – Sono convinto che si sia aperta la stagione delle devoluzione. Einaudi, uno dei padri della Repubblica, diceva che bisognava dare a ciascuno la giusta autonomia. Bisogna decidere da che parte andare: chi emigra dal Veneto va negli Stati Uniti, in Germania, in paesi dove c’è federalismo”. Zaia inizia respingendo le accuse di faziosità in campagna elettorale (“non abbiamo fatto alcuna campagna per il sì, la nostra è stata una informazione asettica sul sito, a partire dalla cromìa. Abbiamo rispettato le norme, limitandoci a informare su cosa si votava”), di certo però la sua linea ora è chiara: “Non firmeremo mai un’intesa che sia solo pacche sulle spalle e riflettori, perché poi è difficile spiegarlo a 2 milioni e 400 mila cittadini. La questione è che il Veneto deve diventare un laboratorio, altrimenti chi è al governo decida di eliminare il Titolo V e iniziamo a dire che l’Italia è un paese centralista. Ma gli studi ci dicono che essere autonomi significa anche portare più tasse a Roma”. E a proposito di tasse: “si parla tanto di nove decimi – ovvero la richiesta di far rimanere in Veneto i nove decimi delle tasse versate dai cittadini locali – ma anche a noi sta a cuore il principio della solidarietà e della sussidiarietà, altrimenti avremmo chiesto la secessione, non l’autonomia. La nostra questione non ha nulla a che vedere con la questione catalana, perché perfino su questo ho visto molte mani agitarsi”.