“La segreteria si presenta dimissionaria a questo appuntamento. Ma io credo sia importante che continui a lavorare insieme a me in queste settimane che ci separano dall’Assemblea. Con il vostro contributo cercherò di guidare il partito nei delicati passaggi interni e istituzionali a cui sarà chiamato. Lo farò con il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti, maggioranza e minoranze, individuando subito insieme un luogo di coordinamento condiviso. Chiedo unità”. Nella prima Direzione nazionale del Pd post Renzi (in assenza del segretario uscente, la cui lettera dimissioni viene letta in apertura dell’assise dem) la relazione del “traghettatore” Maurizio Martina – che svolgerà le funzioni di segretario fino all’Assemblea nazionale – convince il partito: solo sette gli astenuti sul documento finale, facenti capo all’area di Michele Emiliano. La relazione apre alle minoranze interne, lanciando al contempo una sfida legata ai tempi del Congresso, da fare non subito secondo Martina: “La prossima Assemblea Nazionale – afferma – dovrebbe avere la forza di aprire una fase costituente del Partito democratico in grado di potarci nei tempi giusti al congresso. Perché il nostro progetto ha bisogno ora più che mai di nuove idee e non solo di conte sulle persone”. Sulle prossime mosse da fare in vista della formazione del governo, Martina ribadisce la posizione della segreteria uscente: il Pd “continuerà a servire i cittadini dall’opposizione, dal ruolo di minoranza parlamentare” e “alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità”.
IL DIBATTITO. Dopo l’intervento di Martina, in totale sono 58 gli iscritti a parlare nel corso della Direzione al Nazareno: “Noi ci facciamo di lato non per capriccio, non per mancanza di responsabilità, ma perché gli elettori ci hanno messo all’opposizione. Abbiamo bisogno di opposizioni responsabili e non c’è compatibilità di intenti con queste forze” afferma Graziano Delrio, mentre Andrea Orlando – candidato alle ultime primarie del partito per la segreteria – va all’attacco, chiedendo le dimissioni della segreteria: “La collegialità è essenziale, non è una concessione ma un’assunzione di responsabilità. Non capisco però il residuo di classe dirigente precedente, non perché parte di quelli o tutti non possano far parte di un percorso collegiale ma forse per far parte di una fase nuova questa evoluzione sarebbe necessaria. Non guardateci male se chiediamo qualche garanzia. L’ultima direzione ha creato un vulnus nei rapporti”. Sempre tra le fila della minoranza, Gianni Cuperlo, pur non scaricando tutta la responsabilità sul segretario uscente perché “la sconfitta ha radici che affondano più lontano”, sottolinea come il 4 marzo abbia decretato la fine del renzismo invocando il “ricambio necessario di una leadership e una classe dirigente”. Quanto alle alleanze, Cuperlo afferma che il Pd non dovrà fare “la stampella” ma eventualmente sostenere “un governo di scopo che si rivolga al complesso delle forze e degli schieramenti” con “un programma limitato e poi un ritorno governato alle urne”. Diversa la posizione di Emiliano in tema di alleanze: il governatore della Puglia e leader di Frontedem (terzo alle ultime primarie del partito dopo Renzi e Orlando) spiega a margine della Direzione come quella della sua area sia un’astensione “di incoraggiamento a Martina verso un’apertura che consenta all’Italia di essere governata”, ribadendo la necessità di un appoggio esterno a un esecutivo pentastellato: “L’accordo con i 5 stelle – sostiene – non è una questione di volontà, ma di maturazione di un processo politico inevitabile”. (Roc – 12 mar)