Roma, 2 apr – Le informazioni necessarie per ottenere queste simulazioni sono contenute nella distribuzione delle galassie che ci circondano, poiché questo è il risultato del moto della materia sin dall’universo primordiale. Poiché conosciamo le leggi che portano alla formazione delle galassie, dall’odierna distribuzione delle galassie è possibile – seppure con qualche incertezza – tracciare l’evoluzione della distribuzione della materia dall’universo primordiale ai giorni nostri. Ciò significa che, sapendo interpretare i dati, sono disponibili le informazioni necessarie per prevedere intensità e distribuzione dei campi magnetici generati dall’effetto Harrison nell’universo di oggi. I ricercatori hanno utilizzato questa idea per calcolare i residui di quei campi magnetici primordiali nel nostro vicinato cosmico, vale a dire in una sfera dal raggio di 300 milioni di anni luce. Questi campi magnetici sono estremamente deboli, ovvero un miliardo di miliardi di miliardi di volte più bassi del campo magnetico terrestre. Nonostante questi valori piccolissimi, il team è stato in grado di prevedere con precisione la struttura del campo magnetico vista dalla Terra e in luoghi noti nell’Universo. “Simulare l’evoluzione dei campi magnetici generati dal meccanismo di Harrison non è stato facile – commenta Vazza – perché per farlo correttamente abbiamo dovuto simulare una grande regione di universo locale (di circa un miliardo e mezzo di anni luce di raggio) e a partire da epoche molto più remote rispetto a quanto facciamo di solito, appena 300 mila anni dopo il Big Bang. I campi magnetici predetti dalla simulazione (che ha girato per alcune decine di migliaia di ore in parallelo nel centro di Supercalcolo tedesco di Jülich) sono minuscoli, ed è improbabile che potranno mai essere osservati. Tuttavia, i calcoli mostrano che queste linee di campo magnetico dovrebbero effettivamente essere disposte esattamente in quel modo, nello spazio intergalattico attorno a noi”. Le simulazioni sono state svolte anche nel contesto del progetto supportato dal Consiglio Europeo della Ricerca (ERC), che finanzia il gruppo di ricerca “MAGCOW”. I campi magnetici predetti sono molto più piccoli delle nostre attuali capacità di misurazione. Tuttavia, i calcoli condotti in questo studio mostrano che possiamo comprendere il nostro cosmo con grande precisione e stimare l’entità di effetti debolissimi. E chissà, forse tra qualche decennio avremo a disposizione strumenti sufficientemente sensibili per riuscire a misurarli, allo stesso modo con cui Albert Einstein predisse l’esistenza delle onde gravitazionali cento anni prima della loro rilevazione. (BIG ITALY / Red)
