Parma, 9 mag – La spinta è arrivata dalle aziende leader del settore tessile che, a garanzia della qualità dei loro prodotti e a tutela del consumatore, avevano la necessità di disporre di una metodologia analitica oggettiva e precisa in grado di identificare e quantificare fibre di lana, cashmere e yak, sia pure che in mista, presenti all’interno di manufatti tessili. Il lavoro di ricerca e messa a punto del metodo di autenticazione è iniziato nel 2011 da una collaborazione tra il gruppo di lavoro della Dott.ssa Claudia Vineis, del CNR-ISMAC Biella e quello del Prof. Stefano Sforza del Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco dell’Università di Parma, grazie al finanziamento del Cashmere and Camel hair Manufacturers Institute (CCMI) di Boston. Per rispondere a questo problema, l’approccio utilizzato è stato il medesimo già applicato in precedenza con successo dal gruppo dell’Università di Parma per l’autenticazione di specie in prodotti alimentari, quali formaggi e ragù di carne, che prevede il riconoscimento e la quantificazione di peptidi specie-specifici mediante LC/ESI-MS. (BIG ITALY / SEGUE)