Roma, 5 giu – Guccini, Ligabue, De André, Tiromancino. Enrico Letta nei suoi discorsi non risparmiava citazioni musicali. Nell’aprile 2013, durante il suo primo discorso alla Camera dei Deputati che precedeva le dichiarazioni di voto per la fiducia, Letta disse “Noi e l’Europa, siamo due destini che si uniscono” e poi “L’Italia, tanta bellezza senza navigatore” omaggiando così i Tiromancino e Ligabue e due loro famose canzoni: “Due destini” e “Buonanotte all’Italia”. Matteo Renzi negli anni scorsi ha fatto suo un linguaggio fresco, giovane. Semplicemente pop: nel suo vocabolario parole come “cool”, “network”, “family”, “cool”, “friendly”, “start up”, “nerd”, “geek”, “brand”, “leader e follower”. Anche lui ha avuto un buon feeling con la musica: basta ricordare, ad esempio, quando citò una canzone di Brunori SAS in una a convention del PD a Torino (“Non sarò mai abbastanza cinico da smettere di credere che il mondo possa essere migliore di com’è. Ma non sarò neanche tanto stupido da credere che il mondo possa crescere se non parte da me”, parole del brano “Il costume da torero”). Si torna invece ai maestri della letteratura russa – e non solo – con il neo premier Giuseppe Conte. Nel suo discorso di insediamento al Senato per ottenere la fiducia al Governo giallo-verde Conte ha detto: “Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, prendo spunto da riflessioni di Dostoevskij tratte dalle pagine di Puskin, se antisistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema , che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni”. Conte ha inoltre citato un filosofo: il tedesco Hans Jonas. “La politica perde di vista il principio di responsabilità, che impone di agire – come il filosofo Jonas invitava a considerare – non solo guardando al bisogno immediato, che rischia di tramutarsi in mero tornaconto, ma progettando anche la società che vogliamo lasciare ai nostri figli e ai nostri nipoti”. Infine il riferimento al sociologo e scrittore tedesco Ulrich Beck. Il premier ha detto: “Nell’economia contemporanea, come ricorda il sociologo Ulrick Beck, il vero pericolo è la minaccia di non invasione da parte degli investitori, oppure la loro partenza”. (Gil)