Dalla flat tax alla pace, dalla buona scuola al debito, passando per immigrazione, legittima difesa e tanto altro: dopo la fiducia ottenuta ieri al Senato, oggi alla Camera il premier Giuseppe Conte ha provato a replicare su tutti i punti, o quasi tutti, che le opposizioni gli avevano contestato rispetto alle sue dichiarazioni di intenti. Spiegando anche che “le mie parole devono considerarsi da integrare con il contratto, non possono essere completamente sostitutive per mancanza di tempo”. E aggiungendo: “Ci chiedete di essere più precisi sugli obiettivi ma questo adesso non è possibile, abbiamo appena giurato”. Due uscite che però ha fatto mugugnare i banchi della sinistra e di Forza Italia. Sulla tanto contestata flat tax, per esempio, Conte ha ricordato che “abbiamo declinato una serie di detrazioni per recuperare una progressività e individuato una no-tax area, presto saremo in grado di presentare la nostra proposta di riforma”, mentre per quanto i rapporti con l’Europa “Questo governo ha l’ardire di poter anche promuovere delle nuove politiche economiche: questo vuol dire volere presidiare tutti i tavoli esprimendo una direzione, per favorire la crescita sociale ed economica, ma nel rispetto dell’obiettivo di discesa del debito. Noi siamo per negoziare anche a livello europeo, e ci auguriamo di avere la fermezza e la risolutezza per essere ascoltati”.
Poi c’è il capitolo del conflitto interessi, che pure scalda la platea (“una vexata quaestio, cercheremo di introdurre una disciplina più rigorosa a qualsiasi livello, perché chi sia investito di funzioni pubbliche sia posto nelle condizioni di espletarle con dignità e onore, per prevenire un potenziale conflitto di interesse”), e perfino il fatto che ieri Conte non abbia mai citato la parola “pace” (“ma non mi pare che nel contratto di governo ci siano propositi bellicisti. Siamo nella Nato e vogliamo rimanerci optimae, ma delle volte bisogna misurarsi con delle iniziative militari anche indirettamente, e recentemente è accaduto. Vogliamo farlo con serenità, cautela, e lo faremo di volta in volta”). Qualche apertura e riconoscimento al governo uscente c’è: sulla buona scuola che “non vogliamo distruggere, ma certo ci sono delle cose da migliorare”, sulla lotta alla mafia, dove “nessuno vuole disconoscere il decreto sulla confisca dei beni”, o sull’immigrazione: “Minniti ha già ricevuto elogi, ma è inutile chiedere più Europa se poi veniamo lasciati solo insieme agli altri paesi frontalieri, con il ricatto di qualche fondo in più per la gestione dei profughi”.
Nonostante questo le critiche arrivano, anche dure: Graziano Delrio prima lo ammonisce ( “Lei ha il dovere di osservare la Costituzione, anzi riprenda quel contratto e quella lista di ministri e li rifaccia daccapo, perché nella Costituzione c’è scritto che i provvedimenti devono avere coperture”) poi lo esorta: “Il nostro augurio è che lei non faccia il pupazzo in mano ai partiti, si faccia sentire. Lei ha detto di essere orgoglioso di essere populista, ma stia attento con le parole perché in nome del popolo sono stati commessi genocidi: sto parlando della storia dell’Europa”. E da Forza Italia invece si levano gli scudi contro un discorso pieno di demagogia, di luoghi comuni, intriso di pauperismo e di un profondo giustizialismo – come attacca Mariastella Gelmini – “E’ pur vero che lei si è presentato come avvocato dei cittadini, ma non vorremmo che con il suo governo gli italiani diventassero improvvisamente tutti presunti colpevoli. E francamente vogliamo immaginare che sia stato un lapsus legato all’emozione, ma lei non ha parlato di ‘presunzione di innocenza’, lei ha parlato di ‘presunzione di colpevolezza’”.
(Sis)