Roma, 1 ago – La supernova di Keplero, sembra non aver lasciato resti stellari attorno a sé oltre quelli che oggi possiamo ammirare, ovvero una struttura nebulosa di gas e polveri in direzione della costellazione di Ofiuco, a 16.300 anni luce dal Sole. Queste le conclusioni a cui è giunto un team internazionale di ricercatori, guidato da Pilar Ruiz-Lapuente dell’Università di Barcellona, che ha cercato di trovare le tracce del sistema stellare binario dal quale si è generata l’immane esplosione. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista The Astrophysical Journal con la firma anche del ricercatore italiano Francesco Damiani mentre Luigi Bedin, astronomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica a Padova figura come co-autore dell’articolo. Nei sistemi stellari binari, quando almeno una delle stelle, ovvero quella con la massa maggiore, raggiunge la fine del suo ciclo evolutivo e diventa una nana bianca, può iniziare a catturare del materiale dalla compagna, fino a raggiungere una certa massa limite, equivalente a 1, 44 masse solari, il cosiddetto “limite di Chandrasekhar”. Questo processo porta alla fusione del carbonio nel nucleo della nana bianca, producendo un’esplosione che può moltiplicare 100 mila volte la luminosità iniziale della stella. Il fenomeno, tanto breve quanto violento, è noto come supernova. A volte, proprio come nel caso di quella osservata e identificata dall’astronomo tedesco Giovanni Keplero nel 1604, un evento di supernova può essere addirittura visibile ad occhio nudo dalla Terra. (SEGUE)