Bologna, 20 ago – Ma come riesce Helicobacter pylori a sopravvivere in un ambiente estremamente acido come quello dello stomaco umano? Il suo segreto si chiama ureasi: un enzima che utilizza il nickel come ione metallico e come tale è in grado di neutralizzare l’acido cloridrico contenuto nei succhi gastrici. E proprio qui si sono concentrati gli sforzi dei ricercatori: riuscire a bloccare l’attività di questo enzima significherebbe togliere al batterio il suo scudo protettivo.
L’idea non è nuova, ma i tentativi fatti finora in questa direzione non hanno prodotto grandi risultati. “Esistono molti inibitori dell’ureasi noti e studiati nel gruppo del prof. Stefano Ciurli, del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie”, spiega Barbara Zambelli. “La loro applicazione in ambito terapeutico, però, è stata sempre limitata, sia per gli effetti tossici che hanno sull’uomo, sia per la loro bassa capacità di azione all’interno dell’organismo”.
Per questo, il gruppo di ricerca dell’Alma Mater ha pensato ad un approccio alternativo. “La nostra idea – dice ancora Zambelli – era mettere a punto un meccanismo che, invece di interferire con l’attività dell’ureasi, agisca a monte, bloccando il processo utilizzato dal batterio per attivare l’ureasi stessa”.
La soluzione individuata sta in un peptide – una piccola molecola formata da una sequenza di amminoacidi – in grado di interferire con la maturazione dell’ureasi. Per metterlo a punto e testarne l’efficacia, però, serviva un sistema affidabile che permettesse di superare la nota difficoltà dei peptidi di entrare all’interno del batterio, oltrepassando la membrana esterna, per agire sul meccanismo intracellulare. I ricercatori hanno così sviluppato un metodo che permette di sintetizzare i peptidi direttamente “dall’interno”, utilizzando batteri ingegnerizzati in laboratorio. (BIG ITALY)