Milano, 24 ago – Dieci cucine comunitarie servono più di 11.000 pasti al giorno, rivolti principalmente a bambini di età inferiore ai cinque anni, a donne in gravidanza e in allattamento e a persone con malattie o disabilità. Inoltre, 18 centri sanitari mobili e 5 centri sanitari attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, sono supportati dal lavoro di 1300 membri della comunità Rohingya, che lavorano mano nella mano con i team di Azione contro la Fame e ricevono un compenso per sostenere le loro famiglie.
Il 6 giugno, il governo del Myanmar ha firmato un accordo con le Nazioni Unite che autorizzava un’ispezione dello stato di Rakhine, per lavorare congiuntamente al processo di rimpatrio. Due mesi dopo, le agenzie internazionali non hanno ancora visitato il luogo.
Dal lato del Bangladesh, il governo sta pensando di alleviare la pressione sui campi trasferendo 100.000 persone su un’isola che è attualmente vulnerabile a inondazioni. ll Bangladesh non riconosce lo status di rifugiato ai membri di questa popolazione e il Myanmar non li riconosce come cittadini. Questo rende i Rohingya apolidi.
“Ci è stato detto che il processo di rimpatrio inizierà a breve. Le organizzazioni internazionali attendono che l’accesso venga concesso dall’altra parte del confine. Il rimpatrio deve rispettare gli standard internazionali, dev’essere su base volontaria e garantire la completa sicurezza. Per noi, l’emergenza è adesso: le persone soffrono, i campi sono in cattive condizioni e solo il 25% degli aiuti umanitari globali è stato assicurato,” ha dichiarato Mahadi Muhammad, direttore locale di Azione contro la Fame a Cox’s Bazar. (red)