Roma, 11 set – Tuttavia, le risorse economiche impiegate in queste attività sono ritenute del tutto insufficienti, nonostante circa la metà delle AMP investa oltre il 15% del proprio budget in monitoraggi e altrettanto in progetti di conservazione. I risultati però evidenziano un mancato raggiungimento degli obiettivi di conservazione prefissati dalle AMP. I trend delle specie ed habitat prioritari delle Direttive Europee Habitat e Uccelli e sulle Liste Rosse della IUCN riportati da più del 50% delle AMP risultano uguali o peggiori alla media nazionale, ovvero all’esterno di aree protette. Per quanto riguarda la pesca commerciale e ricreativa, l’effetto della presenza di una riserva, misurato come aumento nel tempo delle specie commerciali all’interno verso l’estero dei confini, è mediamente leggero o insufficiente e, se il livello di pesca non è in linea con gli obiettivi di conservazione, non si prendono provvedimenti per modificare la gestione della pesca. Sebbene la sorveglianza della legalità nelle AMP non dipenda direttamente dagli enti gestori, si evidenziano giudizi fortemente negativi sulla capacità di far rispettare le leggi e, in particolare, di reprimere la pesca illegale. Il personale e le risorse economiche sono insufficienti al controllo delle attività illegali all’interno dell’AMP e l’organizzazione della sorveglianza è inadeguata a contrastare le attività illegali. Anche i finanziamenti complessivi vengono considerati largamente insufficienti per garantire le attività di conservazione della biodiversità. Il personale delle AMP impiegato in attività di conservazione della biodiversità è ritenuto del tutto insufficiente, così come le condizioni di impiego e l’aggiornamento scientifico. A questo le AMP cercano di fare fronte grazie alla partecipazione di esperti esterni (in particolare università ed enti di ricerca), comunità locali e portatori di interesse in attività di conservazione, giudicata largamente positiva. I conflitti con le comunità locali sono considerati modesti. (Red)