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SAVONA: PERCHÉ L’ITALIA
PUÒ SALIRE AL 2,4%

it@withub.it by it@withub.it
3 Ottobre 2018
in In evidenza HP, In evidenza top news, Pubblicazione
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“Si sente ripetere che la Francia pub programmare un deficit di bilancio per il 2,8% del suo pil, mentre l’Italia non potrebbe, perché il suo debito pubblico è inferiore al nostro. Queste affermazioni sono fuori da ogni schema logico di macroeconomia e paiono frutto di ideologia e superficiale valutazione della realtà”. Si apre così un intervento del ministro per gli affari europei Paola Savona su Milano Finanza. “La Francia ha un doppio (twin) deficit, di bilancia estera e pubblica, accompagnata da un aumento dei prezzi al consumo che ha recentemente superato il tetto stabilito dalla Bce – argomenta, citando dati dell’Economist -. Unico nei principali Paesi dell’euroarea il suo disavanzo estero di parte corrente è dell’1,1% del pil, seguito solo da quello della Grecia con l’1,2%. Vive cioè al di sopra delle proprie risorse. Il suo deficit di bilancio pubblico è del 2,4%, a livello di quello preventivato per il 2019 dall’Italia, attualmente al 2%”, “l’Italia ha invece un avanzo di parte corrente sull’estero del 2,5%, vive cioè al di sotto delle sue risorse, e ha un 2% di deficit pubblico” ed ora “intende affrontare la sua crisi di crescita, attualmente la più bassa dei principali Paesi dell’eurozona, puntando a un mix tra investimenti e spese correnti per combattere, in particolare, la povertà e la disoccupazione giovanile. Essa non chiede di assorbire risparmio estero, ossia di portare il peso dell’aggiustamento sugli altri”. Ricorda poi che “con l’eccezione della Germania, che pero resta ancorata al suo 1,9%, tutti gli altri Paesi si attendono una decrescita che va da un massimo di -0,8% per la Francia e -0,7% per l’Austria, a un minimo di 0,1% per il Belgio e 0,2% per Portogallo e Italia. Invero, per l’Italia altre fonti ritengono che il saggio di crescita del 2018 non sia di 1,3%, ma di 1,5%, e la caduta attesa non sia dell’1,1%, ma dello 0,9%. Anche trascurando le altalene statistiche, siamo di fronte a una generale caduta del livello di attività economica, senza nessuna reazione da parte delle autorità europee. Anzi, con la reazione consueta, secondo la quale non si deve toccare il pilota automatico dei parametri fiscali «convenuti», qualsiasi cosa accada. Queste note si limitano agli aspetti meramente macroeconomici, senza considerare le conseguenze sociali e politiche che una siffatta impostazione comporta, che da sole sarebbero sufficienti per cambiare registro. Né conviene ampliare, per la serenità delle relazioni intraeuropee, l’analisi fin qui condotta per considerare gli effetti causati da un avanzo di bilancia corrente estera dell’euroarea pari a 476,8 miliardi di dollari, di cui 320,6 miliardi della sola Germania, superiore all’analogo disavanzo degli Stati Uniti. I gruppi dirigenti di un’Europa che ha bisogno di crescere, per il bene dei suoi cittadini e della sua stessa esistenza, che accettano una siffatta condizione, devono spiegare perché non si mettono seriamente a discutere del suo futuro (come il governo italiano ha chiesto con il documento che sollecita una politeia invece di una governance) e indulgono in posizioni superate dalla storia. E’ giunto il momento di decidere chi vuole veramente l’Unione Europea, operando per mantenerla, o chi opera contro, facendo finta di volerla difendere”. (3 ott – red)

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