Quando Massimo Moratti aveva 19 anni, l’Inter del papà Angelo portò a Milano la prima Coppa dei Campioni “tinta” di nerazzurro. Un sogno, per Massimo: tenuto stretto nel cuore da quel giorno, uno di quei sogni che diventano missione, e scopo di una vita. In un gelido 25 febbraio del 1995, Massimo decise di riprendere tra le mani il tesoro di famiglia, per provare a realizzare quel sogno. Certo, da allora fino alla notte di Madrid del 22 maggio 2010 sembrava passato un secolo. La Champions arrivò nel modo più dolce, con Massimo a sollevare il trofeo al cielo, con la sua sagoma a sovrapporsi a quella di papà Angelo. Una notte in cui il presidente dell’Inter ha cancellato anni di rincorse sulle orme del passato, e si è scrollato via di dosso, per sempre, l’etichetta di “sprecone”. Sì, perché la sua Inter è diventata così perfetta anche grazie alle sconfitte, che l’hanno temprata; grazie agli abbagli, che negli anni hanno trasformato il patron in un dirigente che conosceva il mercato, capace di capitalizzare al meglio. Come con l’acquisto di Cambiasso, preso a parametro zero dal Real Madrid; di Julio Cesar, riserva nel Chievo; di Maicon, infine, preso dal Monaco e trasformato nell’esterno destro migliore del mondo. Il tempo della vittoria è maturato nelle mani del suo presidente proprio come un frutto raro. Grazie alla gestione di Mancini ha consolidato una posizione di dominio in Italia, poi Mourinho ha trasformato la creatura in una macchina imbattibile, in grado di centrare quella tripletta, che rimarrà scritta per sempre nella storia del calcio. E che ancora oggi, a otto anni di distanza, resta un dolce ricordo molto presente nella mente dei tifosi nerazzurri. (Lam)