Roma, 22 ott – Il suo lavoro parte dal piano legislativo che consente (o no) la costruzione di queste nuove “frontiere” e attinge agli atti del Congresso degli Stati Uniti a partire dal 1973. Con questo materiale l’autrice illumina il sottile filo di impegni finanziari che legano Washington al resto del mondo, gettando nuova luce sugli interessi politici degli USA verso aree geografiche storicamente oggetto di divisioni e ribadendo la convinzione americana del “Manifest destiny”, cioè quel credo secondo il quale gli USA hanno la missione, ovvia, inevitabile e buona, di espandersi nel mondo e diffondere la propria idea di democrazia e libertà. Arpaia dipana il suo ragionamento partendo da quattro casi di muri: quello americano voluto da Trump al confine con il Messico; quello della piccola isola di Cipro, dove i giacimenti di gas sono oggetto di attenzione di grandi capitali israeliani; quello di Belfast, dove è alto il pericolo di ritorno di vecchi conflitti sui quali getta benzina la Brexit; quello della West Bank, all’origine di una violenta contesa giuridica tra la Corte Internazionale di Giustizia e Washington. Tra i tanti muri e fili spinati che si allungano sul Pianeta, questi quattro diventano per l’autrice paradigmatici di come situazioni e conflitti che nell’’89 pensavamo di esserci messi definitivamente alle spalle, aprendo una fase nuova della storia dell’umanità, in effetti sono ancora vivi e rendono difficilissime soluzioni politiche efficaci. Ecco, dunque, che Berlino, con la sua parabola metaforica della Guerra fredda, era e rimane “un caso paradigmatico di vecchie, ma al tempo stesso recenti divisioni tutte da riscoprire”. Un libro, quindi, che ci tiene all’erta spiegandoci che c’è ancora poco da stare allegri. (Ema)