Roma, 22 ott – Il 9 novembre si celebrerà il ventinovesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Un evento storico che ha segnato profondamente e positivamente la coscienza di chi era cresciuto durante la Guerra fredda e nella divisione del mondo tra Est e Ovest. Lo storico e “azzardato” annuncio dato in diretta dal ministro della DDR Günter Schabowski fece sì che immediatamente, decine di migliaia di persone di Berlino Est, si riversassero lungo il muro per passare nella zona Ovest, quella “americana”, degli “uomini liberi”. Quell’evento divenne, nella coscienza collettiva, il simbolo della libertà: “Niente più guerre. Niente più muri. Un mondo unito”, fu lo slogan popolare che apparve sul Muro vicino la East Side Gallery e che divenne immediatamente un auspicio mondiale sotto le note di “Wind of change” degli Scorpions, assurta presto a colonna sonora della caduta del muro e delle politiche di apertura. Invece, ben presto, ci si è resi conto che di muri non solo ne sono rimasti diversi, ma che da qualche anno si è ricominciato a costruirne di nuovi, più grandi e più invalicabili. Lo spiega in un libro appena uscito Veronica Arpaia, professoressa della Sapienza di Roma e collaboratrice del blog del Corriere della Sera, che da anni lavora all’Agenzia Spaziale Europea dopo aver trascorso lunghi periodi di studio in diversi paesi all’estero. Si tratta di “Tempo di muri. Un mondo diviso: da Berlino a Trump” (Luni, 2018, 320 pagine, 24,00 euro). Arpaia ricostruisce come i muri che diversi governi occidentali (e non solo) stanno erigendo negli ultimi quindici anni abbiano ormai raggiunta una impressionante cintura chilometrica pari alla metà della circonferenza terrestre. (SEGUE)