(13 novembre 2018) Oggi si è dimesso il capo azienda e in Borsa il titolo vale il 25% in meno di un anno fa. Sono giorni cruciali per Tim, che quando si chiamava Telecom Italia ed era controllata dallo Stato figurava tra le eccellenze mondiali nel settore delle tlc. Oggi invece ha 26 miliardi di debito, ha chiuso i primi 9 mesi dell’anno con un rosso di 800 milioni, ha un’area d’azione sempre più ristretta, un azionariato sempre più rissoso e un futuro quanti mai incerto.
C’è un progetto che prevede lo smantellamento del gruppo, vendendo i singoli asset e massimizzando così il profitto. La rete Tim verrebbe scorporata e fusa con quella di Open Fiber, l’infrastruttura controllata da Enel e Cassa Depositi e Prestiti. Nascerebbe così un’unica rete nazionale. Operazione non indolore dal punto di vista occupazionale. Secondo i sindacati sono a rischio tra i 20 e i 30 mila posti di lavoro. Il ministro dello Sviluppo Economico, Di Maio, ha confermato che il governo intende favorire – con incentivi e nuove norme – la nascita di una rete unica per la diffusione di internet e banda larga, ma i piani degli azionisti di Tim, e in particolare della francese Vivendi, non coincidono con quelli di Palazzo Chigi. Perché privata della rete, l’azienda perderebbe molto del suo valore.
Valore che in passato fu anche di tipo geopolitico, come racconta l’ultimo numero di Limes dedicato al mondo di internet e delle telecomunicazioni. Vent’anni fa Telecom Italia aveva una presenza significativa nel mercato della telefonia fissa di Stari Uniti, Messico, India, Francia, Ecuador, Austria ma soprattutto Spagna, Argentina e Brasile. Mentre Tim – che aveva creato la prima carta prepagata e ricaricabile- era leader della telefonia mobile a livello mondiale. Poi Telecom fu privatizzata, gli azionisti si arricchirono e l’azienda si impoverì. Il suo declino ha accompagnato quello del Paese.