Roma, 21 nov – La comunicazione da parte dei media di tematiche così importanti come il tumore ovarico è compito arduo: da un lato si avverte il bisogno di diffondere la conoscenza su questa patologia dall’altro il rischio è quello di cadere nel sensazionalismo fine a se stesso. “La prevenzione dei tumori non è un argomento amato dai media, perché troppo focalizzato sugli stili di vita che fanno fatica a diventare notiziabili – afferma Adriana Bazzi, giornalista scientifica del Corriere della Sera – poi ci sono i casi particolari, come i test genetici che servono a predire malattie, primo tra tutti i test per i geni BRCA 1 e 2 per il tumore del seno e, in particolare, il tumore dell’ovaio per il quale non esiste diagnosi precoce. I media potrebbero avere un nuovo ruolo, ancora tutto da definire”. È sempre più urgente ricostruire un’alleanza comunicativa tra medici e pazienti dalla quale il giornalismo scientifico può trarre spunti positivi per portare nel modo giusto all’opinione pubblica le conoscenze, i progressi e le speranze. “La comunità scientifica ed esperti di comunicazione scientifica si sono interrogati molto sull’effetto Jolie, sulla sua portata ed efficacia in termini di prevenzione e migliore cura – sottolinea Letizia Gabaglio, giornalista scientifica – senza dubbio il coinvolgimento di personaggi famosi favorisce la penetrazione del messaggio, tuttavia l’informazione giornalistica non può e non vuole esaurire alcun tema, meno che mai quelli medico scientifici di cui i pazienti dovrebbero parlarne con i medici trovando nuove e diverse forme di comunicazione”. (red / PO)