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Gabriele Ciampi: vi presento il mio ‘hip hop sinfonico’ in rosa

it@withub.it by it@withub.it
3 Dicembre 2018
in News dal mondo HP, Protagonisti
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Unico italiano in giuria ai Grammy 2018, ospite alla Casa Bianca dell’allora first lady Michelle Obama, accolto da Papa Francesco (per il quale ha composto anche un brano) e applaudito in tutto il mondo. Gabriele Ciampi, compositore e direttore d’orchestra, è un’eccellenza italiana nel mondo (“Un onore essere definito così, una soddisfazione. Anche se mi sento più ‘un cervello in prestito’”). Un’eccellenza con la “e” di eclettico, di entusiasmo, di estero visto che vive negli Stati Uniti dalla fine del 2011 (“l’America mi ha dato una grande opportunità”) ma che ha un sogno: “Tornare a fare buona musica in Italia, qui ho sempre una grande accoglienza”. Tra i tanti premi e riconoscimenti, la medaglia Eccellenza Italiana conferitagli dal Senato della Repubblica Italiana e la Green-Card per Extraordinary Ability rilasciata dal Governo Americano. Romano, classe ‘79, lunghi capelli ricci (“no, il look proprio non lo cambio”), dopo il grande successo del tour internazionale, Ciampi è tornato ora in Italia in veste di “sperimentatore” assoluto dell’hiphop sinfonico perché “il futuro della musica è nella sperimentazione e nella contaminazione che deve nascere sempre però da uno studio approfondito”. Ciampi che questa volta nei live cederà la sua bacchetta, presenterà il suo nuovo album “Hybrid”, domani al Teatro Dal Verme di Milano mentre farà tappa nella sua Roma, il primo gennaio all’Auditorium Parco della Musica. Lo spettacolo “Hybrid” accende infatti i riflettori sulle donne musiciste e rappresenta un vero e proprio viaggio creativo che parte da un esercizio tecnico: da una scrittura puramente classica cameristica si arriva alle composizioni in chiave sinfonica, con il coinvolgimento di tutta l’orchestra e il dialogo costante tra strumenti classici (archi/fiati) e moderni (chitarre, batteria, basso elettrico). L’idea di cercare e sviluppare elementi compositivi interessanti da altri generi musicali è alla base del lavoro di ricerca svolto dall’artista che ha trovato alcuni punti in comune con la musica classica nello stile hiphop americano. Il risultato? “Una provocazione, quella di unire due mondi solo apparentemente opposti che in realtà hanno molto in comune”.

Domani alle 21 al Teatro Dal Verme, con la partecipazione dell’orchestra sinfonica I Pomeriggi Musicali, sarà a Milano per presentare il suo nuovo progetto discografico, Hybrid, uscito in tutto il mondo lo scorso 26 ottobre per Universal Music. Come nasce questo progetto?

Con il primo brano dell’album, Hybrid, ho voluto sperimentare il ritorno alle sonorità e a un beat hip hop tipici degli anni ‘90, un beat con elementi classici che genera uno stile molto particolare che può essere definito ‘hip hop sinfonico’. Ricreare un beat hiphop e affidare all’orchestra la ricerca della rima ‘perfetta’ è stato il lavoro alla base della creazione del brano Hybrid.

Come la musica classica può incontrare l’hiphop americano?

L’ambiente classico, quello da dove provengo, è sempre stato abbastanza chiuso (anche se si intravedono segnali di apertura) mentre l’America è la patria della contaminazione: lì ho imparato ad ascoltare l’hip hop. Non conoscevo questo mondo ma ho capito che poteva essere ‘mescolato’ al classico. Mi sono reso conto poi, che in Italia arriva solo la decima parte di quello che è in realtà questo genere: un genere ben codificato che racconta quella che è una sofferenza sociale.  Erroneamente si associa lo stile hiphop al rap: l’hiphop è cultura e nasce come forma di protesta. Molti cantanti rapper, specialmente italiani, creano soltanto delle rime ma non appartengono alla cultura hiphop e non ne faranno mai parte. Ho ascoltato molto questo stile, confrontandomi con alcuni protagonisti importanti della scena americana e mi ha colpito molto l’hiphop di protesta, tipico degli anni ‘90: un modo di rompere gli schemi, un modo per rivendicare i diritti negati. Ho notato che l’hip hop di quegli anni conteneva all’interno delle sonorità elettroniche molto particolari con diversi suoni che si incrociavano quasi a creare un gioco sinfonico.  Da qui l’idea di unire un’orchestrazione sinfonica a questi suoni elettronici.

 “Hybrid” arriva tre anni dopo “In Dreams Awake” ed include tredici tracce eseguite da quaranta donne musiciste.  Per la prima volta, inoltre, cederà la bacchetta ad un direttore donna che aprirà i concerti a Milano e Roma. Che effetto le fa?

E’ stata una scelta che si è rivelata vincente e che è nata da una necessità in studio. Questo disco segna il mio esordio come produttore: dovevo rinunciare al palco e lavorare in regia. Ho fatto quindi volentieri un passo indietro per assistere ad una diversa interpretazione della mia musica. Devo ammettere che la creatività femminile ha quel quid in più e la considero unica e particolare. A Milano sarà un onore per me collaborare con l’orchestra sinfonica I Pomeriggi Musicali e con donne musiciste di grande spessore provenienti da varie parti del mondo come la violinista Fatlinda Thaci, la giovane e talentuosa pianista russa Elena Nefedova e la colombiana Carolina León Páez, violista e direttore d’orchestra di grande personalità.  Mi piacerebbe vedere in futuro concerti con un’alternanza, sul palco, tra direttore uomo e direttore donna. Ma c’è ancora molta strada da fare visto che ancora oggi un direttore donna fa notizia.

Vive all’estero da anni. Come è vista l’Italia oggi?

Certamente non come un Paese in crisi. Oltreconfine la considerazione dell’Italia è alta. Musica, cucina, sport, arte, cultura. L’Italia nel mondo è sinonimo di creatività assoluta.

Cosa cambierebbe lei dell’Italia?

La mentalità. Troppo spesso mettiamo da parte la nostra originalità. La nostra identità, invece, va mantenuta e tutelata. Ci ritroviamo – mi riferisco in campo musicale – a scopiazzare qua e là. È sbagliato. Dobbiamo imparare a pensare che non siamo secondi a nessuno. In generale però credo che nel nostro Paese si dovrebbe fare di più per la musica: in Italia la musica sta soffrendo. Un tempo le canzoni esportavano la nostra  cultura.  Bisognerebbe fare qualcosa in più visto che l’Italia per anni ha esportato buona musica e ha lasciato un segno nel mondo. Per farlo, forse, bisognerebbe studiare di più e non affidarsi  alla sola tecnologia o confidare troppo nei talent che ormai spesso sono visti come punto di arrivo e non di partenza. Oggi ci sono molte carenze, specie nella musica pop. Sempre meno musicisti italiani riescono ad uscire dai confini nazionali. Un peccato. Per quanto mi riguarda sogno di ritornare a lavorare in Italia, di realizzare qui progetti importanti. Amo esibirmi davanti a un pubblico raffinato e colto come quello italiano. Mi piace esprimermi davanti al mio pubblico. Milano e Roma sono due piazze fondamentali.

Che musica realizzerà in futuro?

Credo non ci sia più niente da inventare, musicalmente parlando. Non credo in un genere nuovo. E’ quindi necessario provare a ‘contaminare’, provocare. La musica classica è in continua evoluzione e per un compositore la cosa più bella è sperimentare. Ma attenzione: bisogna studiare bene cosa si va ad unire.  

(Gil- 3 dic)

 

 

 

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