Roma, 24 dic – Oggi, quel secolo breve ed “estremo” (The Age of Extremes era il titolo originale inglese del libro di Hobsbawm) che sembrava essersi concluso ormai quasi trenta anni fa con la caduta del Muro di Berlino e il dissolvimento dell’URSS, pare proiettare le proprie ombre nell’oggi, con nuovi estremismi, nuove (non meno catastrofiche) piccole e grandi guerre, col terrorismo globale. E il tutto sembra riproporsi all’interno di un nuovo dualismo tra Occidente e mondo islamico. Forse proprio per questo Francesco Ferrari, dottore di ricerca in filosofia presso l’Università di Jena, riprende l’opera di Buber. Lo fa con il saggio “La comunità postsociale. Azione e pensiero politico di Martin Buber” (Castelvecchi, 2018, 144 pagine, 19,5 euro). E partendo proprio dall’antitesi tra collettivismo e individualismo, il libro ricostruisce le diverse fasi del pensiero politico e della biografia personale di Buber, sottolineando il suo difficile rapporto con il movimento sionista (lui, ebreo austriaco naturalizzato israeliano), l’amicizia con Gustav Landauer (filosofo tedesco, attivista dell’area comunista libertaria, teorico dell’anarchismo tedesco e convinto pacifista), il suo rigetto verso il comunismo di Stato dell’URSS contro il quale, come si evince nel libro di Ferrari, Buber propone un socialismo utopico e religioso. E ancora nel libro è riproposta la resistenza spirituale di Buber negli anni del nazismo, insieme al suo impegno indefesso verso dialogo e riconciliazione sia con la Germania democratica del post nazismo, sia nel radicale conflitto arabo-israeliano. Il tutto in un’opera che ha come base strutturale del discorso politico-sociale buberiano sempre la comunità, la società e infine lo Stato. (Ema)