Roma, 18 gen – E dal punto di vista legislativo come ci troviamo in Italia?
“Le nostre leggi non sono cattive, il problema è come vengono attivate. Una donna deve aver la fortuna di incontrare un magistrato attento e sensibile, di ricevere sostegno, per esempio come facciamo nei centri antiviolenza D.i.Re, di trovarsi in un determinato contesto territoriale. Spesso l’assegnazione di una custodia di un minore viene camuffata. Oggi c’è una grande discussione intorno al disegno di legge Pillon sull’affido condiviso dei figli”.
Quali sono le principali criticità che si trovano ad affrontare i centri antiviolenza?
“C’è una cronica mancanza di risorse, sono sempre state pochissime, non è vero che arrivano direttamente a noi. Tanto che nei centri antiviolenza capita che non riusciamo ad aiutare quanto vorremmo. C’è una complessità nell’attuare percorsi attraverso i quali aiutare le donne a raggiungere un’indipendenza economica, tramite un lavoro, come anche una alloggiativa”.
Nelle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza quali traumi si riscontrano maggiormente?
“Si riscontra una traumatizzazione forte. Arrivano spesso donne fortemente provate, per violenze sessuali, fisiche, psicologiche, e, in alcuni casi sono state protratte al limite del tentato omicidio. C’è bisogno, quindi, di un sostegno psicologico e psichiatrico, nei centri DI.Re sono pieni di specialisti in questo campo, ma questo comporta anche un grande impegno, ore di lavoro. Spesso ad essere traumatizzati sono pure i bimbi, di cui molte volte non si parla”.
Quale provenienza hanno le donne che si rivolgono ai vostri centri?
“Il 27/28% delle donne che aiutiamo nei nostri centri DI.re sono migranti, che hanno subito violenze durante il viaggio, come anche dai compagni, a volte anche italiani. Sono donne richiedenti asilo, vittime di tratta. Da 2 anni noi di DI.Re collaboriamo con l’Unhcr per migliorare la prima accoglienza”.
(PO / Pep)