Roma, 23 gen – “ È un fenomeno di cui si parla poco. Oppure se ne parla enfatizzandone solo una componente, così ci si concentra sulla “fuga dei cervelli”, sui giovani laureati costretti ad allontanarsi dal nostro paese. Ma la nuova immigrazione italiana all’ estero non si limita ai lavori più brillanti come la ricerca scientifica o gli incarichi nelle istituzioni europee, ma include attività manuali meno qualificate. E negli ultimi tempi è arrivata a sfiorare cifre che ci riportano nel secolo scorso, al principio degli anni Settanta, alla stagione che chiude decenni segnati dall’ esodo di massa”. Così si legge oggi su Repubblica che mette in luce “qualche numero per capire il fenomeno: dopo il 2011, il calcolo annuale dei nostri connazionali espatriati comincia a salire da 50mila a 115mila, arrivando a disegnare un’ emorragia”. E a questo fenomeno – ripota il quotidiano – “Il Mulino ha voluto dedicare il numero 500 della rivista, con analisi e testimonianze dal ‘paese altrove’. Quali sono i tratti che differenziano la nuova emigrazione dal grande esodo del dopoguerra? La novità più dirimente – continua Repubblica – riguarda il lavoro e la composizione sociale. Se prima si trattava di ‘emigrazione proletaria’ – spiega Enrico Pugliese – oggi il quadro risulta molto più articolato, tra ‘fuga di cervelli’ e ‘fuga di braccia’, con un livello di scolarizzazione più alto anche nel caso di occupazioni manuali”. (Kgn)