Roma, 13 feb – Per limitare l’impatto dell’innalzamento del Mediterraneo sulla blue economy, le tre federazioni presenti nelle figure dei loro presidenti, Luigi Merlo di Federlogistica-Conftrasporto (soggetto aggregativo di realtà associative rappresentanti l’intero mondo dei servizi di trasporto), Luciano Serra di Assonat-Confturismo (struttura associativa di coordinamento per il comparto del turismo) e Antonio Capocchione di Sib-Fipe (il Sindacato Italiano Balneariafferente alla Federazione Italiana Pubblici Esercizi) hanno posto l’attenzione sulla necessità di politiche nazionali sempre più integrate.È stato a Sinigalli il compito di illustrare a quanto ammonta la blue economy italiana: l’insieme del sistema economico nazionale, riconducibile trasversalmente alla risorsa mare, comprende quasi 200 mila imprese, tra pesca, cantieristica, trasporti marittimi, turismo e attività di ricerca, pari al 3,2% del totale. Produce circa il 3% del Pil e dà lavoro a oltre 880 mila occupati, con dinamiche di crescita negli ultimi anni ben superiori a quelle dell’intera economia. Se si considera che ogni euro generato direttamente dal comparto ne attiva circa altri due sull’economia nazionale, si arriva a un valore aggiunto prodotto dall’intera filiera pari a di 130 miliardi di euro all’anno che, secondo i dati forniti dal Rapporto Unioncamere sull’Economia del Mare 2018, sfiora il 10% del totale dell’economia. A Giovanni Pettorino, Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di porto, le conclusioni: “Con 54 porti commerciali, sui cui transitano il 90% delle merci importate dal paese e il 55 di quelle esportate, la seconda flotta peschereccia d’Europa e tra le prime 15 flotte al mondo, una superficie marina superiore per estensione a quella terrestre, l’Italia trova da sempre molta della sua economia nel mare. Mare su cui la Capitaneria di porto svolge i suoi diritti e i suoi doveri di tutela e di soccorso. Orfane del Ministero della Marina Mercantile sin dagli anni Novanta, oggi le Capitanierie di porto rappresentano l’unico elemento di centralità in un panorama di competenze frammentate in troppe amministrazioni; anche in vista dell’innalzamento delle acque e dell’erosione costiera costante, si fa invece urgente la necessità una visione olistica del nostro mare, anche come volano di sviluppo”. (bur)