Roma, 7 mar – Meno donne al lavoro al Sud e con mansioni dequalificate Il bilancio meno drammatico in termini quantitativi rispetto a quello maschile dell’occupazione negli anni duemila, è, peraltro, decisamente negativo in termini quali tativi per gli effetti indotti sulla struttura dell’occupazione, in cui persistono fenomeni di discriminazione nelle tipologie di lavoro, segregazione professionale, oltre a una ricomposizione a favore di età più anziane quale conseguenza delle riforme pensionistiche. L’Italia, in particolare negli anni della crisi, si distingue per essere uno dei pochi Paesi ad aver contratto il peso del lavoro qualificato, a favore di un incremento del lavoro meno qualificato, soprattutto nei servizi alla persona e domestici. Nel 2018 sono state 3 milioni 663 mila le donne che hanno svolto lavori qualificati, di queste, però, appena 851 mila sono meridionali, meno di un quarto del totale. La quota di donne occupate in posizioni cognitive altamente specializzate (inclusi i manager) sale tra il 2001 ed il 2008 dal 34,1 al 44,1% per poi riscendere al 38,1% nel 2014. Dinamiche simili si rilevano nelle due circoscrizioni, con perdite più consistenti nelle professioni più qualificate nel Mezzogiorno. Ad oggi, il confronto con gli altri paesi europei evidenzia un peso per le donne italiane occupate sensibilmente più basso nelle professioni altamente qualificate rispetto alla media Europea (con un leggero vantaggio solo su Spagna e Grecia). Per converso più alta è la quota delle professioni elementari. Il fenomeno del downgrading ha rappresentato una sorta di “ristrutturazione alla rovescia” del nostro mercato del lavoro che si è scaricato soprattutto sulla componente femminile e nelle regioni meridionali. (PO / SEGUE)
