Roma, 7 mar – Le cause principali sono state il netto calo della domanda pubblica (allargata all’intero sistema della sanità, dell’assistenza sociale e dell’istruzione), il rallentamento della crescita dell’occupazione nelle grandi imprese che si caratterizzano per una domanda di lavoro più qualificata professionalmente, nonché la tendenza del sistema produttivo a mantenere la competitività più attraverso l’abbattimento dei costi che mediante la crescita della produttività con l’innovazione tecnologica. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: meno donne che lavorano al Sud (in totale 2 milioni 283 mila su 9.760 mila in tutt’Italia) ma, soprattutto, svolgono mansioni prevalentemente dequalificate. Dalle elaborazioni SVIMEZ su dati EUROSTAT ed ISTAT al 2018, si nota che il tasso d’occupazione femminile per le donne in possesso di laurea è ancora molto basso al Sud, appena il 63,7%, contro una media dell’81,3% in Europa, con punte dell’84,7% in Germania e 85,9% nei Paesi Bassi e dell’85,2% in Portogallo, e il 79,8% del CentroNord. Dato che viene confermato anche dall’indagine Istat sull’inserimento professionale dei laureati, dalla quale si rileva che delle donne laureate nel 2011 avevano un lavoro continuativo nel 2015, a livello nazionale il 74,8%. Dato positivo che tuttavia riflette un forte divario territoriale tra le donne del Sud al 58,1% e quelle del Centro-Nord all’81,8%. Il basso livello della domanda di lavoro nel Mezzogiorno, oltre che le condizioni più difficili per le donne meridionali, emergono anche dal fatto che delle donne meridionali occupate, una su tre lavora al Nord, circa il 62%, e la componente femminile meridionale è molto più mobile rispetto a quello maschile. (PO / SEGUE)
