Roma, 11 mar – “Molti cittadini europei sono angosciati dal futuro: dal pericolo – non importa se reale o immaginario – di flussi incontrollati di immigrazione, dal terrorismo religioso, dalle trasformazioni che si annunciano nel lavoro di massa. Quando si avverte un pericolo la tendenza è ad asserragliarsi – spiega Rossi in un altro passaggio del suo intervento -. Ma farlo ciascuno nella propria casa è un’idea peggiore che farlo insieme agli altri nel palazzo in cui tutti si abita. L’Europa è il palazzo a cui apparteniamo. Le persone che vedono l’oggettiva convenienza, anche economica, dello stare uniti devono lavorare a tradurla agli occhi della collettività in termini non più e non solo economici, ma di altri collanti basilari come la difesa e la sicurezza. Devono soprattutto rendere attraente sentirsi europei”. Salvatore Rossi propone quindi un’analogia: la grande musica dei secoli XVIII e XIX e l’Europa. La grande musica di questi due secoli visse la stessa voglia di rottura degli schemi, di modernità, che spirava impetuosamente nelle altre arti. La musica colta occidentale alla fine cedette il suo scettro alla musica popolare: tecnicamente molto più rozza, ma capace di parlare al cuore di milioni, di miliardi di esseri umani. (red)