Bergamo, 27 mar – La chiamano “Brain drain”: è la perdita di capitale umano a cui deve far fronte un paese quando viene abbandonato da giovani ricercatori che decidono di lasciare tutto e tentare l’ avventura all’estero. In Italia un team dell’Università di Bergamo guidato da Stefano Paleari, ex rettore, docente di Analisi dei sistemi finanziari, e composto anche da Mattia Cattaneo e Paolo Malighetti, ha provato a quantificare questa perdita attraverso una precisa analisi sul destino di 1500 ricercatori italiani in Economia, Finanza, Management, dottorati tra il 2008 e il 2010. “The Italian brain drain: cream and milk” è il titolo del lavoro ripreso anche da Times Higher Education, pubblicazione di riferimento in ambito accademico. “Si stima – riferisce L’Eco di Bergamo -che nel decennio 2010-2020 l’Italia perderà circa 30 mila ricercatori. E la formazione di queste persone pesa sul bilancio pubblico per circa 5 miliardi di euro (dati Istat), contribuendo allo sviluppo economico dei paesi ospitanti: 160 milioni di euro ogni ricercatore. Negli ultimi anni sono state lanciate molte proposte di natura fiscale per incentivare il ritorno dei ricercatori in Italia, ma non sembrano essere risolutive. L’ ultima in ordine di tempo è un emendamento a un maxi decreto presentato dalla Lega per consentire ai giovani che decidono di tornare in Italia di pagare le tasse solo sul 30 per cento del reddito prodotto. (red)