Anche la Francia si è risvegliata nell’incubo. Sull’esempio italiano, dalla mezzanotte nell’Esagono è stata decretata la chiusura di ristoranti, “café”, discoteche e di tutti i punti di commercio non essenziali. In una dichiarazione in diretta alla nazione, il premier Edouard Philippe ha nel tardo pomeriggio spento le illusioni dei “cugini” di poter affrontare la pandemia di Covid-19 con un approccio più morbido rispetto a quello adottato sulla penisola. Nell’annunciarlo, Philippe non ha lesinato una bacchettata ai suoi connazionali, il cui comportamento – ha argomentato – negli ultimi giorni, nonostante il costante aumento delle diagnosi di positività in patria e della inarrestabile crescita della curva epidemica nel martoriato e vicinissimo Nord Italia, non si erano minimamente adattati alla realtà del momento, tranne – in negativo – che nell’assalto ai supermercati nel timore della proclamazione della temutissima “Fase 3” che alla fine ieri è stata decretata.
Anche Parigi sembra dunque avviarsi sulla strada del “trinceramento” che dopo Roma è stata varata ieri ufficialmente anche da Madrid e che Berlino potrebbe decidere già dopodomani. Insomma, fatta eccezione per Londra, il cui establishment va avanti imperterrito sul principio del “business as usual”, l’impressione è quella di un’Europa destinata nelle prossime settimane a vivere nelle trincee delle proprie abitazioni, al momento l’unica strategia possibile per contrastare la diffusione del morbo. Purtroppo però è assai probabile che il vecchio continente – al quale vanno senz’altro aggiunti gli Stati Uniti, dove il Covid-19 è ormai presente pressoché ovunque – pagherà la lentezza della reazione all’emergenza di diverse nazioni, e che il “coprifuoco” al quale dovranno abituarsi i cittadini dei vari Paesi sarà proporzionale al periodo di tempo in cui si è lasciato al Coronavirus la possibilità di propagarsi indisturbato.
Siamo dunque all’inizio di una fase i cui sviluppi sono al momento totalmente incerti e che se non cambierà il volto del pianeta potrebbe però mutarne gli equilibri. L’epidemia partita dalla Cina ha infatti spostato il suo epicentro in Europa e attualmente si sta espandendo anche in Canada e States mentre proprio nei territori dell’ex celeste impero il fenomeno sembra stia scemando, con la conseguente ripresa delle attività economiche e commerciali, la “paralisi” (per lo meno parziale) delle quali rischia invece di frenare, in un moto oriente-occidente, le economie degli altri Paesi in alcuni dei quali – se non in tutti – l’impatto della pandemia potrebbe alla fine rivelarsi ben più devastante che in Cina. Anche se è certamente prematuro trarre simili conclusioni, è comunque lecito porre l’occhio su un dato che, nei prossimi giorni, sarà verosimilmente uno dei campanelli d’allarme in tal senso, ovvero il calcolo, in base ai dati ufficiali al momento disponibili, del numero di casi d’infezione da Covid-19 per milione di abitanti. Ebbene, se per la Cina (giunta, si spera, alla fine del tunnel) tale dato è di 56.2, per l’Italia (dove ancora non si vede la luce) è già di 349.9. Viene da chiedersi quale potrà essere alla fine di questa tragedia epocale un simile dato per i Paesi in cui “la traversata” è appena cominciata o sta per cominciare e nei quali le misure di prevenzione sono ancora, al contrario che nel nostro, allo stato embrionale. Oggi come oggi, una risposta non è seriamente ipotizzabile anche se gli scenari peggiori, se non si adotterà a livello globale una strategia matura di contrasto al virus, sono da film dell’orrore.
(gds / 15 MAR)