Roma, 12 ott – “I dati forniti dall’ARPAC – continua Liccardi – hanno certificato che i livelli di pollini e di inquinanti ambientali (es.CO, NO, NO2, O3, PM10 e PM2.5) non erano cambiati nel corso della primavera 2020 rispetto a quella 2019. In altre parole, il miglioramento dei sintomi riportato dai nostri pazienti non poteva essere attribuito ad un abbassamento dei livelli di pollini / inquinanti. Lo studio descritto è stato accettato dall’autorevole rivista internazionale “Rhinology” (2021 Aug 30. doi: 10.4193/Rhin21.202. Online ahead of print). Sebbene il risultato dello studio possa sembrare “ovvio” ai non addetti ai lavori, in realtà si tratta della prima dimostrazione scientifica che “certifica”, in una popolazione di soggetti allergici, l’utilità dell’indossare la mascherina per prevenire sintomi nasali soprattutto nei mesi di intensa pollinazione.”
Ovviamente questi riscontri non devono essere interpretati come “alternativi” alle misure terapeutiche previste per la rino-congiuntivite allergica sia per l’impossibilità di usare la mascherina in tutto l’arco delle 24 ore sia per la mancata prevenzione a carico degli occhi. A differenza dell’allergia ad acari della polvere, muffe ed epiteli animali in cui sono previste precise norme preventive (es. uso di aspirapolvere, depuratori dell’aria, coprimaterassi e copricuscini ecc.) per ridurre l’inalazione degli allergeni, poco o nulla è possibile fare per prevenire l’inalazione dei pollini salvo chiudersi ermeticamente in casa tutto il giorno. Certamente l’uso delle mascherine non è scevro da fastidi come ad es. la sensazione di non respirare bene, sudorazione, arrossamenti da contatto ecc. però il loro utilizzo è indispensabile per la riduzione del rischio di contagio da Sars Cov-2 ed è verosimile che questa necessità non possa essere evitata nell’immediato e, si spera, non debba essere ripresa per possibili (e, sembra, verosimili) pandemie future. (BIG ITALY / SEGUE)