Pechino, 22 ago – Semplicemente immenso. E’ forse questo il modo più semplice per descrivere Alex Schwazer, un gigante altoatesino di appena 23 anni che, quando in Italia erano da poco passate le 5 del mattino, ha regalato a se stesso e al Paese la settima medaglia d’oro della spedizione azzurra alle Olimpiadi di Pechino, la prima dell’atletica. Quarantaquattro anni dopo la vittoria di Abdon Pamich a Tokyo, dunque, un italiano torna a trionfare nella 50 km di marcia, la gara più lunga del programma olimpico. Ma ciò che impressiona, al di là dell’alloro olimpico, è la dimostrazione di forza fornita dal marciatore azzurro, capace di frantumare gli avversari, prima ancora di quel record olimpico abbassato di un minuto e venti. Schwazer è stato in testa dall’inizio della gara, poi ha scremato il gruppo, infine ha mantenuto il suo passo con irrisoria facilità, regalando momenti di puro spettacolo ai tifosi assiepati sugli spalti dello stadio e lungo il percorso della gara. Il fuoriclasse altoatesino corona così una crescita che negli ultimi quattro anni lo ha visto bronzo mondiale a Helsinki 2005 e a Osaka 2007 e cancella nel migliore dei modi proprio la delusione che quel bronzo in terra giapponese gli aveva dato: già allora Alex aveva dimostrato di essere il più forte, ma il risultato era mancato per inesperienza strategica. Aveva lasciato andare gli avversari e quando aveva deciso di riprenderli, mettendo a segno dei crono impressionanti, non c’era più abbastanza strada da percorrere. Questa volta no. La vittoria è stata infatti la dimostrazione di una chiara superiorità fisica e tattica. Sin dal via l’azzurro vuole dimostrare di avere più benzina di tutti allungando già all’interno dello stadio. Unico a rispondere è il francese Diniz, campione europeo e vicecampione mondiale. Dopo 5 km la coppia viene riassorbita dal gruppo dei migliori e Schwazer rimane coperto nel gruppo che sotto la spinta del favorito, il russo Nizhegorodov, va progressivamente assottigliandosi. Al 15esimo km la situazione è già abbastanza chiara con quattro atleti al comando: Schwazer, Nizhegorodov, l’australiano Tallent e il cinese Li Jianbo. L’altoatesino controlla principalmente il russo mentre l’altro favorito, Diniz, dopo metà gara cede per crampi arrivando al ritiro. Dopo il 37esimo km il primo colpo di scena, il cedimento di schianto del cinese Li, segnale che la fatica comincia a inquinare i muscoli dei protagonisti della gara, di tutti ma non di Schwazer. Il portacolori dei Carabinieri decide di allungare al km 43: il primo attacco è un assaggio, al secondo sia Tallent che Nizhegorodov devono alzare bandiera bianca. Il parziale sui 5 km è di 21:21, il più veloce della gara a dimostrazione delle perfette condizioni fisiche dell’azzurro. Il resto è amministrazione condita da spettacolo. Mostra i muscoli alla telecamera Alex, quasi a dire “io sono il più forte”, poi bacia il bracciale e dedica a “qualcuno” la gara. Batte il cinque ai tifosi lungo le transenne e, rivela a fine gara, pensa addirittura di mettersi a imitare l’andatura della moto dei giudici, mettendosi in scia, ma di non averlo fatto solo perché la moto andava più veloce di lui. Entrando allo stadio alza l’indice al cielo, ricordando quel che faceva Mennea in occasione delle sue vittorie, scoppia in lacrime e bacia il lutto sulla canotta, quello per ricordare la scomparsa dell’amato nonno. Con 3h37:09, tempo eccezionale viste le condizioni atmosferiche caratterizzate da gran caldo e ben il 97% di umidità, Schwazer stabilisce il record olimpico precedendo di 2:18 Tallent, argento dopo il bronzo nella 20 km, e di 3:05 il primatista mondiale Nizhegorodov. In gara anche De Luca che chiude al 19esimo posto in 3h54:47 e Diego Cafagna, squalificato e per questo infuriato. “Sono emozionatissimo – sono le prime parole di Alex, che fatica a parlare tra le lacrime –, ho passato tutto l’ultimo giro in pista a piangere perché per me è stato un anno difficile e l’arrivo a Pechino lo era stato ancor di più per la perdita di mio nonno, persona importantissima per me. Sapevo di star bene e credo che questa medaglia d’oro sia meritata perché non smetto mai di lottare”. La delusione di Osaka, dunque, è in archivio. “Ragazzi, un oro olimpico non ha confronti con alcun mondiale – dice –. Certamente però mi ero ripromesso di mettere la parola fine ai piazzamenti nelle grandi manifestazioni. Questa stagione è stata perfetta e Sandro Damilano è stato bravissimo a frenarmi quando ce n’era bisogno. Senza di lui non sarei mai arrivato a questi livelli”. “In queste condizioni di forma non mi batte neanche Superman – aggiunge con il sorriso guascone e poco altoatesino finalmente recuperato –. So che ho fatto un po’ ridere con i miei atteggiamenti, sia chiaro che non volevo mancare di rispetto a nessuno, volevo solo esprimere la mia gioia. E’ stata dura aspettare un anno per dimostrare il mio reale valore, ora finalmente posso sentirmi soddisfatto perché ho fatto quel salto di qualità che poteva arrivare molto prima”. Un ultimo messaggio è sulla discussa questione doping, che ha gettato ombre su diversi atleti. “Ora potrà anche succedere che nelle prossime gare arriverò sempre decimo o ventesimo. Quello che conta è che io resterò sempre pulito”, dice. Ma se il passo è quello di questa notte, pensare di non vederlo più su un podio internazionale è follia allo stato puro.
(Gco)