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A Venezia le opere dissacranti del collettivo “Voina”

it@withub.it by it@withub.it
27 Aprile 2012
in Archivio speciali - Mostre
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A VENEZIA LE OPERE DISSACRANTI DEL COLLETTIVO RUSSO “VOINA”
Voina (in russo guerra) è un collettivo attivo in Russia dal 2005 i cui lavori dissacranti e radicali – che criticano il governo di Putin e l’emergenza democratica presente nel Paese e sostengono una new-left russa – sono stati spesso vietati nel loro Paese e quindi sostenuti da attivisti di tutto il mondo. Su alcuni dei suoi membri pende oggi un mandato di arresto federale e internazionale e Oleg Vorotnikov e Leonid Nikolaev hanno scontato quattro mesi di prigione a causa della loro militanza artistica. Artisti e clandestini, i Voina hanno dato vita negli ultimi mesi ad un ampio movimento di opposizione che ha attraversato trasversalmente la società russa e mobilitato centinaia di migliaia di persone, in città come in provincia. Al Sale di Venezia, fino al 3 giugno, sotto il titolo di “Soon we’ll be completely fearless” (“Presto saremo totalmente senza paura”), è proiettata gran parte delle azioni del gruppo dai primi anni di attività fino ad oggi: dal celebre fallo gigante dipinto sul ponte mobile di fronte alla sede dei servizi segreti russi, fino al sesso di gruppo celebrato per denigrare metaforicamente il passaggio di testimone dal presidente Putin al suo erede Medvedev, dall’ironica invasione di un commissariato da parte di alcuni membri della gang, travestiti da sostenitori del regime, fino alla saldatura delle porte di un famoso ristorante moscovita di proprietà di una star televisiva filo-Cremlino.
(grm)

AL FORO ROMANO 300 MANUFATTI DI VETRO DAL MONDO ANTICO
La Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma presenta “Vetri a Roma”, una mostra interamente dedicata all’arte del vetro, prevalentemente incentrata sulla produzione di età romana. Fino al 16 settembre alla Curia Iulia, nel Foro romano, sono esposti circa 300 pezzi tra vasellame prezioso, gioielli e mosaici, che raccontano il periodo di massimo fulgore della lavorazione del vetro nel mondo romano, a partire dal II sec. a.C.. Le guerre di conquista intraprese da Roma negli ultimi due secoli della repubblica non consentirono solo l’accesso nell’urbe dei favolosi tesori strappati alle regge dei sovrani orientali, ma favorirono lo straordinario sviluppo delle rotte commerciali in tutto il bacino del Mediterraneo e il trasferimento a Roma, più o meno forzato, di artigiani altamente specializzati depositari, in tutti i settori, di raffinatissime tecniche di produzione e di una spiccata sensibilità artistica. Dai balsamari provenienti dal bacino del mediterraneo ai beni di lusso di età imperiale destinati all’élite della società, a preziosi manufatti monocromi dai colori sgargianti alle opere frutto, nel I sec. d. C., della rivoluzionaria invenzione della soffiatura (bottiglie, brocche, piatti, bicchieri, coppe. E ancora vassoi, attingitoi, coppe “portafrutta” come quelle che si vedono negli affreschi pompeiani, anfore per il vino, come quelle che Marziale dice adatte all’invecchiamento del Falerno, olle per gli usi più disparati, compreso quello di fungere da urne cinerarie, ma anche gemme e gioielli. Chiudono la mostra le insegne imperiali di Massenzio trovate lungo le pendici del Palatino. I globi in vetro fuso sulla sommità dello scettro sono i segni del potere universale di Roma, e forniscono l’ulteriore testimonianza della preziosità e duttilità del vetro.
(grm)

L’ARCHIVIO SEGRETO VATICANO
Fino al 9 settembre, ai Musei Capitolini di Roma, la mostra-evento “Lux in arcana – L’Archivio Segreto Vaticano si rivela” che presenta 100 originali e preziosissimi documenti che, per la prima volta, escono dalla Città del Vaticano: codici e pergamene, filze, registri e manoscritti, che coprono un arco temporale dall’VIII secolo d. C. fino al XX secolo, scelti fra i tesori che l’Archivio Segreto Vaticano da secoli conserva. L’esposizione – ideata in occasione del quarto centenario dalla fondazione dell’Archivio Segreto Vaticano in collaborazione con Roma Capitale, espone, tra gli altri, il Dictatus Papae di Gregorio VII; la bolla di deposizione di Federico II; la lettera dei membri del Parlamento inglese a Clemente VII sulla causa matrimoniale di Enrico VIII; gli atti del processo a Galileo Galilei; la lettera su corteccia di betulla scritta dagli indiani d’America a Leone XIII; la Bolla di scomunica di Martin Lutero; il Privilegium Ottonianum; la Bolla Inter cetera di Alessandro VI sulla scoperta del nuovo mondo e due famosi documenti sui Templari: il processo contro l’Ordine in Francia del 1309-11 e la pergamena di Chinon del 1308. (red)

LA “CARTE D’ITALIE” DI NAPOLEONE
Composta da sei grandi tavole raffiguranti l’Italia settentrionale e centrale, la “Carte générale du théâtre de la guerre en Italie et dans les Alpes” di Louis Albert Ghislaine Bacler d’Albe è giunta al Museo Napoleonico di Roma, nel 2005, a seguito della generosa donazione del conte Pompeo Campello, discendente da Maria Bonaparte Campello. La celebre carta, uno dei massimi risultati della cartografia d’inizio Ottocento, è al centro della mostra “La prima campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte nella carta geografica di Bacler d’Albe” che si tiene fino al 4 novembre nel museo romano. Disegnatore, cartografo, pittore di battaglie, Bacler d’Albe lavorò al seguito di Napoleone dal 1796 al 1814, diventando nel 1804 capo del suo bureau topographique. Fu uno dei pochi collaboratori ad essere ammesso alle riunioni strategiche dell’Imperatore. L’ambizioso progetto della “Carte”, fu voluto da Napoleone stesso: riunire un territorio vasto come l’Italia centro settentrionale in un’unica carta, indispensabile strumento di natura strategica e politica. La realizzazione delle sei tavole si protrasse per circa quattro anni, dal 1798 al 1802, con un’interruzione causata dal ritorno degli Austriaci a Milano, nell’aprile 1799: in fuga verso Parigi, Bacler d’Albe, attaccato dalle truppe austro-russe, perse quasi tutti i suoi materiali (che furono riconsegnati con la Pace di Lunéville dopo la seconda Campagna d’Italia) e poté riprendere la pubblicazione dell’opera solo in un secondo tempo. L’esposizione, corredata da una serie di incisioni che ripercorrono i momenti principali delle campagne di Napoleone in Italia, presenta le sei carte ricomposte in un’unica parete, in un particolare allestimento che consente allo spettatore di coglierne sia il carattere di testimonianza storica e geografica che quello più specificamente artistico. (grm)

ANTINOO TORNA A VILLA ADRIANA
Nella splendida Villa Adriana, a Tivoli, alle porte di Roma, la mostra “Antinoo. Il fascino della bellezza”, fino al 4 novembre, riporta nella residenza imperiale la memoria del bellissimo giovane che l’imperatore romano Adriano conobbe in Bitinia e portò con sé a Roma, intorno al 125 d.C. Esposte opere provenienti da vari musei e collezioni, nella cui selezione si è inteso privilegiare anche il ritorno a Villa Adriana di reperti che lì certamente, o verosimilmente, furono trovati. La prima sezione riunisce una serie di ritratti di Adriano e di Antinoo, tra cui il busto di marmo dei Musei Vaticani e il bel bronzo conservato al Museo Archeologico di Firenze. La seconda sezione si incentra sulla deificazione del giovane bitinio, di volta in volta rappresentato nei panni di Apollo, Dioniso, o, ancora, come sacerdote di Attis. La terza sezione si incentra sulle recenti scoperte dall’Antinoeion di Villa Adriana e, quindi, sulla rappresentazione di Antinoo nelle vesti di Osiride. Adriano aveva deificato il suo favorito con l’assimilazione alla più alta divinità egizia che, secondo il mito, rinasce dalle acque del Nilo, simbolo di fertilità. In mostra si ammira lo splendido ritratto di Antinoo-Osiride in quarzite rossa grazie al prestito dalle Staatliche Kunstsammlungen di Dresda. L’ultima sezione si focalizza sulla fortuna di Antinoo attraverso i secoli.

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