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Nel calcio “Mai dire Nagatomo”

it@withub.it by it@withub.it
24 Giugno 2012
in Archivio speciali - Libri
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“MAI DIRE NAGATOMO”: BIOGRAFIA DI UN CALCIATORE GIAPPONESE

“Mai dire Nagatomo” (Limina; euro 15; pp. 153) rappresenta un esperimento letterario attraverso il quale è possibile appassionarsi non soltanto alla figura del piccolo calciatore giapponese, sbarcato in Italia come un ufo fra lo scetticismo di un paese refrattario alle novità, ma anche al corollario di storie e aneddoti ad esso riconducibili. Analizzati minuziosamente per mezzo di espedienti narrativi legati al mondo del cinema o a quello della letteratura, come il parallelismo fra la sfrontata testardaggine di Yuto e l’affresco caratteriale rappresentato da Woody Allen nel capolavoro “Provaci ancora Sam”. Con richiami al talento indefinibile di Forrest Gump, ragazzo di provincia capace di insegnare lo swing a Elvis Presley, diventare eroe di guerra e campione di ping pong con tanto di palette autografate da Mao in una America liberale e reduce dalla sconfitta in Vietnam. Un racconto completo e multiforme, una biografia open nella sua essenza più anarchica e spettinata, irrobustita dalla prefazione di Marco Santin della Gialappa’s Band. L’autore Alvise Cagnazzo è nato a Bergamo e vive a Bari. Giornalista, scrittore, autore e conduttore televisivo, è il più giovane vincitore del premio “Miglior giornalista di Puglia”, sezione carta stampata-sport.

(Naf)

IL RACCONTO ILLUSTRATO (SENZA LIETO FINE) DELLA PALESTINA

Nella prima tavola de “Gli stranieri” (Orecchio Acerbo; euro 15; pp. 32) la Palestina è descritta con queste parole: “Era una terra di sabbia e pietre e poco altro. Ma era la patria di un popolo. Su questa terra la gente si occupava delle proprie capre e aspettava il maturare delle olive e la sera i vecchi raccontavano le loro storie ai giovani, così che potessero ricordare chi erano”. A completare il ritratto ci pensano le illustrazioni di Armin Greder, autore anche dei testi, che con un tratto incerto ed espressionistico disegna una terra i cui toni dominanti sono un cielo giallo sabbia e un terreno color seppia. Greder chiama i palestinesi “popolo” e gli israeliani “stranieri”, raccontando in questo modo una storia che, nel corso degli anni, ha visto il punto di vista della narrazione sbilanciarsi sempre di più dalla parte di questi ultimi. Un racconto semplice come i testi e i disegni realizzati dall’autore, eseguiti – sembra – con pastelli a cera o a olio. I personaggi, occupati e occupanti, sono caratterizzati dallo stesso stile grafico ma, pagina dopo pagina, le tavole riservate agli “stranieri” si popolano di altri soggetti, via via sempre più impersonali: da un gruppo di soldati a una fila di carri armati, fino alle pareti del muro costruito per “proteggere gli stranieri” che occupa, in una delle ultime tavole, l’intera pagina con il suo colore nero. Una favola senza lieto fine ma con una speranza che l’autore individua nel ricordo e nella memoria collettiva di un popolo. Armin Greder, nato in Svizzera nel 1942, è emigrato in Australia nel 1971, dove ha insegnato design e illustrazione al Queensland College of Art. Ora vive in Perù. Al suo lavoro sono state dedicate numerose mostre personali e collettive dalla Germania fino al Giappone.

(Naf)

COME RIPENSARE LA STORIA DEI CONTINENTI

I continenti esistono? È possibile scriverne una storia? Giunti a metà del progetto di una storia dei continenti, che ha visto la pubblicazione dei primi due volumi dedicati all’Africa e all’Oceania, un’antropologa e uno storico avviano in “Continenti a confronto” (Donzelli; euro 17; pp. 160) un dialogo che vuole coinvolgere il lettore nella necessità di una piccola rivoluzione copernicana: ripensare i modi e i criteri con cui, all’alba del terzo millennio, le rispettive discipline possono accostarsi a una simile impresa. La convinzione di fondo è che l’Europa abbia inventato i continenti e disegnato la cartografia del pianeta, riuscendo a presentare questa sua costruzione come un fatto naturale. Primi ostaggi di tale operazione ideologica sono state le stesse scienze umane, che hanno assunto come realtà ciò che era artificialità. Ma l’allargamento della visuale a una pluralità di mondi e modelli divergenti, talvolta dotati di una vitalità superiore rispetto all’Occidente, porta oggi alla luce il problema della storia, della sua metodologia e dei suoi rapporti con le altre discipline, prima fra tutte l’antropologia. Due gli autori: Francesca Giusti, antropologa, ha insegnato a lungo nelle scuole superiori; Vincenzo Sommella insegna italiano e storia nelle scuole superiori a Napoli. Fa parte del Comitato di redazione della rivista “Utopia socialista”. (Naf)

L’ARTE DELLA PESCA SECONDO MCGUANE

La pesca è un’arte antica, fatta di rituali precisi e di un rapporto intimo e complesso tra l’uomo e l’ambiente naturale. Soprattutto, è un’arte della solitudine, lo sport che più si avvicina alla meditazione. “Il grande silenzio” (Dalai editore; euro 18; pp. 286) – originale ibrido di saggio, racconto e autobiografia – è senz’altro l’opera più personale di Thomas McGuane, un viaggio nel mondo della pesca e dei pescatori ai quattro angoli del pianeta: a caccia del tarpone in Florida, del salmone in Islanda, o della volpe biancastra nel Golfo del Messico. Un libro profondo, intelligente e divertente. Thomas Francis McGuane (classe 1939) è uno dei più celebrati scrittori americani della seconda metà del Novecento. Dalle sue opere, già considerate dei classici moderni, sono stati tratti numerosi film. Collabora con il “New Yorker” e la “Paris Review”, ed è stato oggetto di monografie e interviste esclusive su alcune delle principali riviste americane, come “The Believer”. (Naf)

PRIMO LEVI E IL GIORNALISMO

Famoso nel mondo per “Se questo è uomo” e per le altre opere narrative, Primo Levi lo è molto meno per la sua attività giornalistica autonomamente considerata. Il volume analizza gli interventi dello scrittore per i più importanti quotidiani, da “Repubblica” a “La Stampa”, e per i periodici di larga diffusione: riguardano fatti di risalto internazionale, come il cronico conflitto arabo-israeliano, Cernobyl o i viaggi dello Shuttle, e altri di portata nazionale, dal terrorismo degli anni Settanta ai primi esperimenti genetici; eventi che ebbero grande impatto sull’opinione pubblica e sono in molti casi ancora oggi di stretta attualità. Gli articoli di Levi si soffermano anche su personalità ben note – da Gheddafi ad Arafat, da Gorbaciov ad Aldo Moro – e tracciano una particolare storia dell’Italia e del mondo contemporaneo, visti con l’occhio di un intellettuale/scienziato che ha cercato di affrontare con gli strumenti della ragione, ma anche con una carica polemica per certi versi controcorrente, il caos della modernità. Andrea Rondini, professore di forme della comunicazione letteraria presso la facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Macerata, fornisce così in “Anche il cielo brucia. Primo Levi e il giornalismo” (Quodlibet; euro 20; pp. 200) un ritratto inedito del grande scrittore italiano. (Naf)

I RACCONTI DI JIM SHEPARD IN ESCLUSIVA PER 66THAND2ND

“Non c’è ritorno” (66thand2nd; euro 16; pp. 248) è un’esclusiva della raffinata casa editrice romana, che ha selezionato e raccolto in un unico volume alcuni tra i migliori racconti di Jim Shepard, autore americano classe 1956. Gli antieroi di Shepard bramano le sfide e i traguardi sportivi per sciogliere i nodi irrisolti delle loro esistenze, i traumi che hanno vissuto in famiglia. In queste dieci storie si alternano situazioni molto diverse, accomunate però da una forte tensione emotiva che si sprigiona da vicende e personaggi comuni capaci di far risuonare i più ampi rivolgimenti storici collocati sullo sfondo. Assistiamo così alla nascita del “calcio totale” attraverso lo sguardo disincantato del difensore Velibor Vasovic, sbarcato dalla Jugoslavia di Tito nell’Olanda della liberazione sessuale. Seguiamo tre yankee scombinati che per sbarcare il lunario sono costretti a firmare un contratto con una squadra di baseball a Cuba e finiscono nel bel mezzo della rivoluzione dei Barbudos. Ascoltiamo uno dei fratelli Prushinsky, ribattezzati dal padre “la squadra di tuffi da zero metri”, che racconta la sua verità sulla notte del 26 aprile 1986, quella del disastro alla centrale nucleare di Chernobyl. E ripercorriamo le avventure di un gruppo di alpinisti polacchi che si è gettato in un’impresa temeraria, la scalata invernale del Nanga Parbat, una delle vette più alte del mondo. (Naf)

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