“Nessuno oggi porta i vestiti di 25 anni fa”. Il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, in un’audizione al Comitato permanente sull’agenda globale post-2015, cooperazione allo sviluppo e partenariato pubblico-privato e al Comitato permanente sull’Africa e le questioni globali della Commissione Esteri della Camera, spiega così la necessità, non dettata da “ossessioni riformiste”, di mettere mano alla legge 49 del 1987, che regola l’attività di cooperazione allo sviluppo. L’iter della riforma potrebbe cominciare a settembre, quando sarà pronto il disegno di legge promesso da Palazzo Chigi. E potrebbe partire dal Senato, lì dove un testo unico licenziato dalla Commissione Esteri aveva conosciuto il suo capolinea nella scorsa legislatura. “Ma voglio anche dirvi – ha spiegato Pistelli in Commissione – che se c’è un’intesa forte per fare della riforma della legge 49 un atto maturo l’obiettivo sarebbe lavorare in sede bicamerale, come se fossimo già un’unica Camera”. Da cambiare infatti c’è molto: “Il modello della cooperazione di 25 anni fa – ha ricordato il viceministro – si basava su una Ong che andava a realizzare un intervento di natura assistenziale, un bel pozzo in un villaggio del Burkina Faso, con fondi derivanti da aiuto pubblico allo sviluppo e da donazioni. Era il mondo che si svegliava di fronte alle carestie e alla desertificazione, con una chiara distinzione tra Nord e Sud del pianeta. Se la volessi forzare – ha proseguito il rappresentante del governo – vi direi che 25 anni dopo un modello tipico è fatto da una Ong, talvolta con le stesse persone con 25 anni di esperienza in più, che per il suo intervento prende una quota di aiuto pubblico allo sviluppo che non raggiunge il 10%, il rimanente se lo autofinanzia con azioni di Fundraising e ricorrendo alle banche regionali di sviluppo e ai fondi dell’Unione europea, e lavora in partnership con il governo locale e altre Ong”. A cambiare, sottolinea Pistelli, sono anche i progetti, non limitati al “pozzo” ma finalizzati al Self empowerment, all’agricoltura sostenibile e allo sviluppo dell’imprenditoria locale, così come i soggetti che comprendono anche Fondazioni private e Università. Sono cambiati il quadro regolatorio internazionale e l’approccio ideologico, per cui oggi sono i Paesi recettori a richiedere strumenti adatti ad attrarre le aziende italiane, in territori che in una mera logica di profitto non sarebbero certo la prima scelta. Da qui, ha spiegato Pistelli, la necessità di cambiare “abito” attraverso una riforma organica. A proposito della partecipazione del settore qualche segnale arriva da alcuni aspetti introdotti dal dl Fare, al vaglio del Senato: tra questi la concessione di crediti agevolati a imprese italiane che formino joint venture nel Paesi in via di sviluppo e la possibilità di accordi con enti pubblici in partenariato con altri enti pubblici, organismi sopranazionali e soggetti privati per i progetti di cooperazione. Ma in generale, secondo Pistelli, sulla cooperazione occorre realizzare una battaglia culturale: “Quelle che noi chiamiamo ‘spese’ – spiega – in Francia vengono chiamati ‘investimenti’, sia perché è un investimento in termini immateriali, perché contribuisce alla stabilità, alla pace e a limitare l’immigrazione clandestina, sia perché la relazione di amicizia che si crea produce un ritorno anche in termini di flusso e scambio economico. Io vi chiedo nei prossimi anni – ha proseguito Pistelli rivolgendosi ai deputati della Commissione – di tenere il punto con i vostri e nostri colleghi. Va fatto capire che l’Italia non è una ‘Svizzera’ con il mare, è un altro Paese. Se questo Paese ha un’idea di sé nel mondo la deve testimoniare anche così”.
(1 ago – Caf)