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Bekim Dula: “Grazie all’Italia per la clinica a Pristina”

it@withub.it by it@withub.it
24 Febbraio 2014
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(24 feb) La sanità italiana funziona, e funziona bene. Parola del Kosovo. Parola, per la precisione, del professor Bakim Dula, primario del reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Centro Clinico Universitario di Pristina (l’unico ospedale pubblico del Paese), aperto lo scorso 13 marzo grazie al lauto contributo (1,7 milioni di euro) della Cooperazione Italiana, attraverso il ministero degli Esteri. Clinica che festeggia proprio in questi giorni la sua ‘seconda nascita’, una riapertura vera e proprio dopo uno stop di un paio di mesi per via di problemi legati alla fornitura dell’energia per il riscaldamento da parte di Tecnokos. “Ho buttato giù il progetto con gli aiuto degli ospedali italiani quando ero in Italia,tra il 2008 e il 2009 – racconta il professor Dula – e l’ho presentato all’allora ambasciatore italiano Patrick Mura: a quel tempo c’era la conferenza dei donatori e l’Italia aveva preso in carico la sanità, l’ambasciatore ha proposto il progetto al ministero della salute del Kosovo, il quale ha chiesto l’autorizzazione della Cooperazione italiana ed è arrivato l’ok”. Tempi rapidi e promesse mantenute, come spesso non accade neanche in Italia stessa. “Con la crisi internazionale, per due anni si è bloccato tutto – confessa il professore – e non sapevamo se il progetto sarebbe andato in porto, ma alla fine l’Italia ha mantenuto gli impegni”.
Il centro ha aperto il 13 marzo 2013, il giorno dopo c’è stata la prima operazione, un by pass impiantato a una signora bosniaca. “Abbiamo fatto finora 25 interventi – racconta Dula – Alcuni giornalisti ci hanno contestato il fatto che siano pochi. Io rispondo che sono sempre meglio di niente”. Qui spuntano fuori, immancabili in un Paese come il Kosovo, le questioni etniche. “Prima di me, c’erano stati altri tentativi di aprire una struttura pubblica di cardiochirurgia, ma Belgrado non voleva e c’erano tanti casi di persone che non avevano le facoltà di andar a farsi operare fuori”. Dula, kosovaro albanese, ammette che nella clinica non lavora né è mai stato ricoverato nessuno serbo “ma d’altronde a Pristina gli albanesi sono il 95%… ma sono ben accetti, sarebbe il giorno più bello della mia vita operare un serbo, mio padre è stato operato in Serbia e potrei ricambiare…”. La struttura, in perfette condizioni ma vuota il giorno della visita, nasce in quello che era il vecchio reparto di ortopedia, all’interno di un ospedale che per il resto si mostra come piuttosto fatiscente. 700 mila l’euro li ha messi il governo kosovaro per ristrutturare il vecchio piano di ortopedia, 1.700 mila euro il ministero degli Esteri italiano per le apparecchiature, l’ossigenatore, i training. Parte del training si fa in loco, poi c’è uno stage formativo in Italia. Il lavoro è ancora, la struttura è giovani, i problemi tanti. “Siamo all’inizio, abbiamo avuto problemi per 2-3 con il riscaldamento e siamo rimasti chiusi, adesso ci siamo”. Da questa settimana la clinica riaprirà i posti letto ai pazienti, mentre le visite sono sempre state garantite, una volta a settimana, il giovedì, senza prenotazione e lista d’attesa come invece avviene in Italia. “Ma il Kosovo ha investito nel 2013 circa 100 milioni euro per la sanità, l’Italia nel 2007 dava 110 miliardi di euro. In Italia anche se sei clandestino e vai al pronto soccorso vieni curato gratuitamente. La cardiochirurgia è tra le migliori al mondo”. (Sis)

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