Con 169 voti a favore e 139 contrari l’aula del Senato, poco prima dell’una di notte, ha dato via libera alla fiducia al governo Renzi, al temine di una lunghissima maratona. Oggi, a partire dalle 10, il voto si replicherà nell’aula della Camera. “Vorrei essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia in quest’aula”, era stato l’esordio del discorso del premier durato 68 minuti e concluso con una completa assunzione di responsabilità rispetto alla sfida assunta: “Abbiamo una sola occasione, questa. Se perderemo non cercheremo alibi, la colpa sarà soltanto mia, perché deve finire il tempo che chi va al potere poi trova delle scuse. Non ci sono più alibi per nessuno”. In meno di un’ora e mezza il premier delinea strategia e modalità di intervento della sua nuova squadra, ribadendo l’orizzonte temporale della fine della legislatura: il 2018. La road map è quella tracciata alla fine delle consultazioni per la formazione del governo: subito legge elettorale e incardinamento delle riforme costituzionali, un intervento nel mondo del lavoro a marzo a cui si legherà una piano industriale per creare nuovi posti di lavoro, misure per la semplificazione e la sburocratizzazione del Paese, la scuola, la riforma fiscale e quella della giustizia. Il tutto per arrivare ad assumere la presidenza semestrale dell’Ue a luglio “con i compiti a casa fatti”. Renzi sceglie di andare “controcorrente” e con una “citazione colta di Gigliola Cinquetti” (“Io non ho l’età per sedere nel Senato”) introduce il tema delle riforme costituzionali proponendo che “a marzo la riforma del Senato parta dal Senato e la riforma del Titolo V dalla Camera”. E la spiegazione è semplice: “La riforma del Senato è il primo passo per recuperare la credibilità dei cittadini nei nostri confronti”. Sulla legge elettorale Renzi ricorda che “l’ Italicum è pronto per essere discusso alla Camera”: una “prima parziale risposta all’ esigenza di evitare che la politica perda ulteriormente la faccia”, ma soprattutto avverte che né lui né il Pd hanno timore della consultazione elettorale: il Partito democratico “non ha paura di andare alle elezioni”, “noi – ha detto rivolgendosi ai senatori del M5s – siamo abituati, non abbiamo paura. In quest’ anno che abbiamo ricevuto da voi presunte lezioni di democrazia, nelle ultime elezioni il Partito democratico si è sempre presentato e ha sempre vinto. Ce l’ abbiamo nel nostro dna”, ha detto Renzi ricordando i casi di Sardegna, Basilicata e delle province autonome. La sfida resta comunque quella del 2018 e così il premier indica una delle differenze fondamentali con il governo di Enrico Letta (al quale dedica un veloce ringraziamento: “Non possiamo oscurare il lavoro fatto dal suo esecutivo”): “In questo governo ci sono i segretari dei partiti che lo sostengono, perché questo è un governo politico e noi pensiamo che la parola politica non sia una parolaccia”. Sempre sul fronte delle riforme istituzionali, il premier si rivolge anche alle opposizioni proponendo nel concreto di approvare subito il ddl Delrio che abolisce le Province, in tempo per impedire il voto del 25 maggio per il rinnovo di 46 amministrazioni provinciali: “Vi invitiamo a riflettere su questa proposta: – ha detto – chiudiamo il ddl Delrio e impediamo di votare il 25 maggio, ma nel Titolo V riapriamo tra di noi la discussione su cosa debbano essere le Province. Non possiamo perdere questa occasione”. Insomma, sulla legge elettorale e le riforme costituzionali si è raggiunto “un accordo che va oltre la maggioranza di governo” e quell’ accordo “lo rispetteremo nei tempi e nelle modalità prestabilite”. Su questo Renzi lancia un’ ulteriore sfida ai senatori e deputati: “Non consideriamo il Parlamento un inutile orpello. Non abbiamo l’ idea di venire a dettare la linea e a chiedere che rapidamente la si esegua. Ma vi chiediamo di farvi carico del fatto che il tempo non è più una variabile indipendente”. (Pif – 24 feb)