Il 5 gennaio 1933 Giovanni Agnelli scrisse a Luigi Einaudi per sostenere che era nell’interesse delle imprese rispondere all’innovazione tecnologica con una riduzione degli orari di lavoro. Se con 75 milioni di uomini si compie il lavoro che prima ne richiedeva 100, rimangono 25 milioni di disoccupati, scriveva il fondatore della Fiat all’economista futuro presidente della Repubblica. E questo è male, perché i disoccupati non consumano e le imprese di conseguenza non vendono. Dunque, concludeva Agnelli, conviene ridurre l’orario da 8 a 6 ore, conservando agli operai lo stesso salario poiché essi producono, grazie alle innovazioni tecniche, la stessa quantità di beni che producevano prima.
La lettera di Giovanni Agnelli è citata da Pierre Carniti in una nota scritta per l’Isril, l’istituto di studi sulle relazioni industriali. Anche l’ex leader della Cisl, che non fa vita pubblica ma partecipa con grande passione e competenza al dibattito tra gli studiosi dei problemi del lavoro, è convinto, sia pur per ragioni diverse da quelle di Agnelli, che solo la riduzione degli orari possa mantenere attivo il ciclo economico e occupazionale.
Lavorare meno, lavorare tutti. Questa è la parola d’ordine che Carniti torna a rilanciare, chiedendo una più equa distribuzione del lavoro disponibile. In Germania l’hanno fatto, dopo la crisi globale del 2008, arrivando ad una media di 32 ore settimanali, per poi riprendere a ritmi più sostenuti quando il Paese ha ricominciato a crescere.
Altre strade, in un’economia che non cresce, secondo Carniti non ce ne sono. In assenza di radicali correttivi, la disoccupazione continuerà a restare un problema dei disoccupati, e gli altri potranno continuare a dichiararsi dispiaciuti. (5 mag)