Quando parliamo di costo della corruzione pensiamo anche ai casi in cui lo Stato – per favorire interessi privati – acquista beni e servizi a un prezzo notevolmente superiore al loro effettivo valore. Le inchieste condotte a Firenze, Perugia e Roma su 33 grandi opere appaltate dalla Protezione civile nella gestione delle emergenze nel triennio 2007-2010 hanno mostrato che il costo sostenuto dallo Stato è passato dai 574 milioni di euro dell’assegnazione iniziale agli 834 milioni finali, con un onere aggiuntivo – per i cittadini – del 45% del valore di aggiudicazione. Come spiegano Nadia Fiorino ed Emma Galli nel loro saggio sulla corruzione in Italia (Il Mulino), misurare il fenomeno è estremamente difficile. Quindi noi non sapremo mai quanto sarebbe dovuto davvero costare il Mose o se davvero era necessario che il ministero dell’Ambiente spendesse centinaia di milioni in Cina, la vera notizia dello scandalo Clini su cui nessuno si è soffermato. Ma sospettiamo che senza corruzione, forse qualcosa – qualche milione, o qualche decina di milioni – si poteva risparmiare. Sostiene Ivan Cicconi, direttore dell’ Istituto nazionale per la trasparenza degli appalti, che oggi la corruzione ha assunto caratteri strutturali di gran lunga più pericolosi di quelli che hanno caratterizzato la cosiddetta prima Repubblica. E questo per la semplice ragione che in 20 anni si sono progressivamente allentati i vincoli imposti dalla cosiddetta legge Merloni, e cioè dal primo e unico tentativo di farla finita con la Tangentopoli scoperchiata vent’anni fa. Il risultato è che oggi molte delle cosiddette grandi opere vengono realizzate con un’architettura contrattuale e finanziaria che prevede costi fino a cinque volte superiori a quelli sostenuti in Spagna o in Francia per realizzare infrastrutture identiche. (5 giu)