Il reato di falso in bilancio fu di fatto depenalizzato nel 2001 su proposta dell’allora ministro Roberto Castelli e il primo risultato fu che Silvio Berlusconi venne assolto nei processi “All Iberian” e “Sme-Ariosto” perché il fatto non era più previsto dalla legge come reato. Le nuove norme sul falso in bilancio prevedevano non solo tempi brevi per la prescrizione e una drastica diminuzione delle pene, ridotte perlopiù a sanzioni amministrative, ma anche che il delitto fosse perseguibile solo a querela della parte offesa, creditore o azionista che fosse.
In un libro che l’editore Ponte alle Grazie pubblica in questi giorni, intitolato “Caccia al tesoro”, Nunzia Penelope disegna la mappa dei capitali e dei capitalisti in fuga verso i paradisi fiscali e accende un faro sui metodi usati da banche e imprese italiane per trasferire e occultare all’estero i profitti. E’ una lettura avvincente – perché ci sono nomi e cognomi – e sconcertante. La morale è che i capitali all’estero si possono nascondere soprattutto falsificando i bilanci, e non è un caso che questo reato in 13 anni non sia mai stato ripristinato da nessun governo di destra o di sinistra.
Ora sembra che sia finalmente arrivato il momento e che Renzi abbia intenzione di riparare il guasto. Sembra. Perché una proposta scritta ancora non c’è. Il nuovo falso in bilancio – da quello che si è letto – dovrebbe essere punito con la reclusione fino a 5 anni, mentre si deve ancora decidere se sarà perseguibile d’ufficio o a querela.
A questo proposito, il magistrato Piercamillo Davigo osserva che stabilire la perseguibilità del falso in bilancio a querela dell’azionista è come pretendere di sanzionare il furto solo se viene denunciato dal ladro.
(30 giu)
