Siamo il secondo paese più diseguale d’Europa (dopo il Portogallo) e quello con la più bassa mobilità sociale. I 10 italiani più ricchi possiedono quanto i tre milioni più poveri. Il 10% delle famiglie detiene il 27% del reddito ed il 40% della ricchezza nazionale. La tassazione sui patrimoni è molto bassa, quella sul reddito da lavoro è insostenibile. E negli ultimi 20 anni la distribuzione della ricchezza è cambiata drasticamente favorendo solo alcuni gruppi. Si è spostata dai giovani agli anziani, dagli operai ai dirigenti, Chi non ha tempo per consultare le numerose analisi che l’ufficio studi della Banca d’Italia e l’Istat hanno dedicato all’aumento delle disuguaglianze, può trovare questi dati riassunti in un libro intitolato “Chi troppo chi niente” pubblicato da Rizzoli e scritto da Emanuele Ferràgina, un trentenne che insegna politiche sociali a Oxford.
Il giovane ricercatore è convinto – e non è il solo – che in Italia più che altrove sia urgente mettere all’ordine del giorno quella che lui chiama agenda redistributiva. Che significa stoppare la tassazione altissima sul reddito da lavoro e sulle imprese che innovano; ridurre invece gli eccessivi benefici concessi dal welfare a pochi cittadini fortunati e tassare di più le rendite spropositate che non contribuiscono a far crescere la produttività del paese.
Ma le disuguaglianze non sono solo di ordine economico, perché riguardano anche i servizi sociali, la tutela della salute e soprattutto la conoscenza e dunque l’istruzione. Mezzo secolo dopo don Milani, le ricerche della Fondazione Agnelli testimoniano il carattere ancora pervicacemente classista del nostro sistema formativo, per quanto riguarda le opportunità d’accesso, le carriere scolastiche e gli abbandoni. (29 lug)