Treviso, 4 set – Dopo due settimane d’indagini è svolta per il “giallo di Treviso”. Ad uccidere Guido e Lucia Pellicciardi il 21 agosto scorso sarebbero stati Artur Lleshi, 32 anni, pregiudicato albanese irregolare; Naim Stafa, 32 anni, pregiudicato albanese residente a Marcianise di Caserta e B.A.G., 20 anni, rumeno, considerato complice nel delitto ma non l’esecutore materiale. I tre sono stati arrestati con l’accusa di omicidio volontario aggravato, tranne il romeno accusato dello stesso reato ma in concorso anomalo. Sarebbe stata la sua confessione, infatti, a inchiodare gli altri due membri della banda. Ieri la trappola per i due veri responsabili del massacro. Stafa aveva trovato rifugio in Campania ma era tornato per incontrare il complice rumeno; Lleshi, che si era nascosto in casa di una rumena nel Trevigiano, lo hanno fermato a San Donà di Piave in provincia di Venezia mentre scendeva da un pullman. Lhesi era tornato in libertà per gli effetti dell’indulto, dopo essere stato incarcerato per violenza sessuale. Era stato condannato per stupro. Numerosi gli indizi lasciati dai tre presunti assassini. Tracce ematiche, tracce di droga che probabilmente avrebbe fatto scattare la furia omicida degli aggressori dei coniugi Pelliciardi; il ritrovamento dello scalpello, ritenuto compatibile con le ferite rilevate dall’autopsia, usato quasi sicuramente per torturare e uccidere i due anziani custodi della villa: il rinvenimento della borsetta di Lucia; il video della banca dove gli assassini hanno usato il postamat rubato alle loro vittime per prelevare 20 euro ed altre prove inequivocabili che incasterebbero i due pregiudicati, conosciutisi in carcere, come in una vera e propria scuola del delitto. Secondo gli inquirenti sarebbe stato proprio il romeno a suggerire il colpo alla villa di Gorgo al Monticano. Non è escluso, infatti, che conoscesse le vittime e possa aver svolto qualche lavoro nella villa di proprietà di un imprenditore del settore del mobile, nella cui dependance i due coniugi sono stati uccisi. Ma per quella che presumibilmente doveva essere una rapina, qualcosa è andato storto: probabilmente i due custodi non hanno voluto o non hanno potuto dare la combinazione della cassaforte ed è proprio in quel momento che si è scatenata la furia dei tre. Botte e sevizie con spranga e coltello, hanno portato alla morte le due vittime dell’aggressione ricomposte poi nel letto della casa dove risiedevano. I cadaveri erano stati trovati da una guardia giurata poche ore dopo durante un giro di ispezione. L’uomo si era insospettito perchè aveva trovato la porta aperta, era entrato e aveva trovato i due corpi massacrati nella dependance della villa. Secondo quanto riferito dagli inquirenti, i tre avrebbero agito in preda agli effetti di sostanze stupefacenti, solo così infatti si spiega tutta quella violenza e la volontà di uccidere per pochi soldi. Confermata anche dall’autopsia la crudeltà del delitto. I due albanesi, dunque, sono considerati dai carabinieri di Treviso gli esecutori materiali del delitto, entrambi accusati di omicidio volontario aggravato, il rumeno è accusato dello stesso reato ma in concorso anomalo. Secondo gli inquirenti, infatti, il giovane era completamente soggiogato dai due. Gli investigatori lo hanno definito “un vaso di coccio tra vasi di bronzo”. Ma la sottomissione del giovane i due albanesi l’hanno pagata a caro prezzo. Secondo gli investigatori i due presunti assassini avevano in mente di far sparire anche il loro complice. Il quadro accusatorio a carico dei tre, secondo il Procuratore generale Ennio Fortuna, “si preannuncia piuttosto solido. I tre sono stati trovati e fermati – ha aggiunto Fortuna – sulla base di indizi ed elementi probatori molto consistenti”. “E’ un risultato molto importante, frutto della determinazione con cui le Forze dell’ordine e la magistratura hanno portato avanti un’indagine difficile. Questi criminali devono sapere che i loro delitti non restano impuniti”. Queste la parole del ministro dell’Interno Giuliano Amato congratulandosi con le forze dell’ordine per l’operazione. “Le rapine in villa – ha sottolineato – sono un reato odioso sul quale la polizia e i carabinieri sono particolarmente impegnati. Il fenomeno resta preoccupante, ma particolarmente efficace è risultata l’attività di contrasto”. Soddisfazione, anche per il Presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro che ha sottolineato come il fermo dei tre “è un grande segnale che il territorio dà alla criminalità” contro “questa spirale di violenza che si è abbattuta non solo nella Marca, ma in tutta Italia” e che, “deve essere combattuta con forza, senza nessuna concessione. Ancora una volta – sottolinea – sono stranieri dell’est i tre fermati per l’eccidio di Gorgo, avvenuto con una modalità assolutamente efferata, fuori dalla prassi della nostra criminalità. E ancora una volta chiedo alla magistratura di non avere pietà per chi viene a casa nostra, uccide, stupra solo per rapina”. La fine del giallo di Treviso, fa riesplodere la polemica sui temi della criminalità ad opera di bande di immigrati, a cominciare dal presidente del Veneto Giancarlo Galan: “Punire i criminali di Gorgo al Monticano – dice il governatore – non basta. Dobbiamo liberarci di chi svuota le carceri o di chi non applica per davvero le leggi”. Più esplicito è il vicepresidente del Veneto Luca Zaia secondo il quale “è inevitabile tornare ad interrogarsi sulla necessità della certezza della pena e sulla questione immigrazione. Invocare la pena capitale – dice Zaia – non è certo fuori luogo, anzi potrebbe essere questo uno di quei casi in cui andrebbe ripristinata”.