Roma, 2 ott – Doppia vittoria per la giustizia italiana. Stamane le forze dell’ordine hanno scritto la parola fine alla semilibertà di Cristoforo Piancone e sulla latitanza di Enrico Scalavino. Ex militante delle Br il primo, esponente di spicco della famiglia mafiosa di “Corso Calatafimi” il secondo. Due criminali con storie diverse e accuse differenti, ma che oggi hanno condiviso lo stesso destino: Piancone, condannato all’ergastolo per concorso in sei omicidi, tra cui l’assassinio del maresciallo di polizia Rosario Berardi nel 1978, ma attualmente in semilibertà, è stato arrestato ieri sera dopo aver compiuto una rapina in una agenzia del Monte dei Paschi di Siena, nella città toscana; Scalavino, il cosiddetto “re del pizzo” accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti e di essere il regista delle estorsioni in tutto il capoluogo siciliano, è stato catturato dai carabinieri del reparto operativo, sorpreso tra le strade di Corso Calatafimi, al termine di un inseguimento. Minimo comun denominatore di questi arresti è stato l’intervento repentino delle forze dell’ordine: nel primo caso è stato un agente fuori servizio a notare Piancone e il suo complice all’uscita della banca senese. Il militare ha provato ad intervenire, bloccato subito dalla reazione di uno dei due rapinatori, che gli ha puntato contro la pistola. L’allarme è scattato subito dopo ed è partito l’inseguimento: l’ex brigatista, circondato, avrebbe provato a far fuoco, ha detto il portavoce della polizia, ma la pistola si sarebbe inceppata. Gli agenti hanno sparato un colpo di avvertimento, e a quel punto l’uomo si è arreso, consegnando le due pistole e la borsa con un bottino di 170 mila euro. Portato in Questura, Piancone si è rifiutato di dire il proprio nome, ma il mistero è durato solo qualche ora. Effettuato il controllo delle impronte digitali, gli investigatori hanno scoperto di trovarsi di fronte a un ex militante della lotta armata condannato all’ergastolo per concorso in diversi omicidi, ma che da alcuni anni beneficiava della semilibertà. In Sicilia, invece, la corsa di Enrico Scalavino, soprannominato il “muschidda”, è terminata nei pressi dell’ospedale Cervello di Palermo dopo un lungo inseguimento in auto. Il bliz è iniziato verso le 4 di notte, quando i carabinieri del Reparto operativo, impegnati in attività di osservazione e monitoraggio della zona, hanno intercettato la Renault Clio, alla cui guida c’era Scalavino. L’inseguimento è scattato immediatamente, ma a poche centinaia di metri dall’ospedale palermitano, il “re del pizzo” è stato fermato e circondato dalle pattuglie dei militari che avevano blindato l’intera area. L’uomo non ha opposto resistenza. Sull’autovettura è stato rinvenuto un documento falso e altra documentazione al vaglio degli inquirenti. La perquisizione è stata estesa anche all’abitazione dove il latitante aveva trovato rifugio, individuata nella zona di via Leonardo da Vinci. Il ministro dell’Interno Amato, e il suo vice Minniti si sono congratulati con il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Gianfrancesco Siazzu, per l’operazione che ha portato all’arresto di Scalavino. “Dimostra la determinazione delle forze dell’ordine contro i reati di estorsione e racket – si legge in una nota del Viminale -. Le forze imprenditoriali di tutta la Sicilia possono essere certe che lo Stato non darà tregua alle organizzazioni dedite al racket e che sarà al fianco, anche attraverso lo sviluppo del progetto per il garante d’impresa, di tutti coloro che in questi mesi si stanno ribellando al pizzo”. Congratulazioni anche da parte del ministro della Difesa Arturo Parisi, che ha espresso al generale Siazzu, il “più vivo compiacimento e l’apprezzamento per la brillante operazione condotta dai militari del Reparto Operativo di Palermo. L’azione che ha portato all’importante risultato nella costante e difficile lotta contro la criminalità organizzata che agiva nel campo dell’estorsione e del racket – ha detto il ministro – è testimonianza della paziente e intelligente attività condotta dagli uomini dell’Arma nel sostenere l’impegno dello Stato per il ripristino della legalità in una zona percorsa troppo spesso dalla violenza e dalla prepotenza”. Ex terrorista Piancone, uomo della mafia Scalavino. Una vita da criminali che si conclude dietro le sbarre. L’ex brigatista rosso, aveva ottenuto la semilibertà dal carcere di Vercelli all’inizio del 2004 dopo aver scontato 25 anni di carcere. Il beneficio gli era stato concesso dal tribunale di sorveglianza di Torino. Lui appartenente alla direzione generale del nucleo terroristico non si è mai pentito, mai dissociato arrivando a definire la sua latitanza “una vicenda storicamente chiusa”. Tempo prima era già stato ammesso al lavoro esterno presso una cooperativa cittadina, ma fu trovato all’interno di un supermercato con merce non pagata per 27 mila lire. Accusato di rapina impropria per avere spintonato due dipendenti, fu condannato a due anni, risarcì la direzione del negozio che ritirò la costituzione di parte civile. L’episodio, attribuito dall’ex brigatista ad un momento di grave tensione per le non buone condizioni di salute di un familiare, comportò la sospensione della semilibertà dal carcere. A distanza di anni ha presentato la richiesta per poter andare a lavorare durante il giorno e avvicinarsi a Torino, città dove vivono l’anziana madre e altri familiari. Il beneficio gli venne concesso anche perchè la sua condotta penitenziaria fu definita ottima. Scalavino, invece, coinvolto personalmente nell’esecuzione di attentati ai danni di commercianti che si erano rifiutati di pagare il pizzo, era riuscito a sfuggire ad un blitz dei carabinieri che a maggio avevano dato esecuzione a otto ordinanze di custodia cautelare nei confronti di vertici e personaggi di spicco dei mandamenti mafiosi di Pagliarelli e Porta Nuova, tutti accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata all’estorsione e al narcotraffico. Le ordinanze furono emesse dal gip Pasqua Seminara nell’ambito dell’operazione “Antartide”, coordinata dai procuratori aggiunti Giuseppe Pignatone e Guido Lo Forte e dai sostituti Maurizio De Lucia, Roberta Buzzolani e Maurizio Agnello della Dda di Palermo. Il re del pizzo era riuscito a sfuggire alla cattura anche un paio di settimane fa, quando i carabinieri lo hanno localizzato in una zona costiera nell’hinterland del capoluogo siciliano. “C’è sfuggito per un soffio – ha detto il tenente colonnello Iacopo Mannucci Benincasa – e quell’episodio ci ha fatto ancora di più ritenere che il latitante non si fosse allontanato dalla città. Abbiamo seguito i familiari, compresa la moglie, e negli ultimi giorni siamo riusciti a localizzare alcune abitazioni della periferia di Palermo dove l’uomo si è nascosto e ha ricevuto assistenza. All’interno dell’organizzazione mafiosa Scalavino avrebbe raggiunto una posizione di vertice nel racket delle estorsioni, ma sarebbe stato in stretto collegamento con un altro latitante di spicco, quel Giovanni Nicchi il cui nome figura già in diverse inchieste della Dda a proposito dei nuovi organigrammi dei clan mafiosi palermitani”.
(Cep – Deg)