Roma, 5 ott – Il referendum sul protocollo welfare, che il prossimo 10 ottobre chiamerà a raccolta milioni di lavoratori e pensionati italiani, si avvicina e la discussione politica non si placa. L’intesa raggiunta in estate tra governo e parti sociali rappresenta il “pomo della discordia” dentro la maggioranza di governo. Da una parte la sinistra cosiddetta radicale, che minaccia di non votare il protocollo in Consiglio dei ministri, se non verranno apportate alcune determinanti modifiche. Dall’altra l’ala ultrariformista e più moderata, rappresentata dai radicali, dall’Udeur, e, soprattutto, dai Liberaldemocratici di Lamberto Dini, che intima al governo Prodi di non cambiare una virgola all’accordo stipulato a luglio, pena voto negativo in Senato. Quanto alla parti sociali, c’è da registrare una significativa convergenza tra sindacati e Confindustria. Se si esclude il “rumoroso” no all’accordo da parte della Fiom (i metalmeccanici della Cgil), la confederazione sindacale si è espressa compattamente a favore dell’accordo e, nelle migliaia di assemblee aziendali e di fabbrica che precedono la consultazione referendaria, gli esponenti di Cgil, Cisl e Uil stanno portando avanti le ragioni dell’intesa. Al tempo stesso, Montezemolo, presidente di Confindustria, ha accettato di buon grado la sintesi che governo e sindacati sono riusciti a trovare e ha dato il via libera all’accordo. La discussione, dunque, sembra essere tutta politica, e ancora una volta il futuro del governo si giocherà sulla capacità degli attori in causa di trovare un punto di equilibrio. Di certo sarà determinante il risultato del referendum tra i lavoratori. I sindacati hanno parlato chiaro: se dalla consultazione arrivasse un largo consenso per l’intesa di luglio, allora il protocollo potrà essere solo leggermente modificato, e solo con l’accordo di tutte le parti sociali. “Se si userà il buon senso – ha detto il segretario della Cgil Guglielmo Epifani – potremo, forse, con il sì di coloro che l’hanno sottoscritto, rendere il protocollo ancora più efficace”. Stesso ragionamento da parte del leader della Cisl Raffaele Bonanni: “Tutte le parti insieme possono fare quello che vogliono, rivedere alcuni punti. E’ una parte da sola o anche due su tre che non possono fare niente”. Da parte del governo, il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha affermato più volte che c’è la disponibilità a ridiscutere alcuni singoli punti del protocollo, senza stravolgerne la sostanza.
Diversa la situazione se dalle fabbriche dovesse uscire un no, o anche un sì molto stretto. Nel primo caso, Epifani ha già assicurato che ritirerebbe la sua firma dall’accordo; le ripercussioni sul governo inoltre potrebbero essere molto violente, in quanto da sinistra arriverebbero richieste di modifica strutturali al protocollo, che difficilmente verrebbero accettate dalle forze moderate. Anche una risicata vittoria del sì però, potrebbe non essere sufficiente a difendere la forza dell’accordo.
Intanto le assemblee sul territorio proseguono, fornendo delle indicazioni abbastanza contrastanti. Dopo i mugugni del “fabbricone” di Mirafiori, alla Piaggio di Pontedera, la più grande azienda metalmeccanica toscana, la Fiom fa sapere che il no dei lavoratori all’accordo è “nettissimo”. Diverse le reazioni in altre aziende, come per esempio all’Avio di Rivalta Torinese, dove l’assemblea ha ribadito il suo sostegno all’azione dei sindacati e del governo. Intanto è lo stesso Bonanni ad affermare che “nelle fabbriche il sì all’accordo sul welfare è in fortissimo recupero, lo ammettono anche coloro che sono per il no”. Chi aspetta con fibrillazione il risultato del referendum è sicuramente il Prc. Il partito di Franco Giordano è quello che più si è mostrato insoddisfatto per i termini dell’accordo raggiunto tra governo e parti sociali. Ma se all’inizio la posizione era quella di un netto rifiuto dell’intesa, ora la richiesta si sta concentrando su alcuni punti critici da modificare. Le correzioni che vorrebbe introdurre il Prc sono note e riguardano la non reiterazione del contratti a termine dopo trentasei mesi, l’abolizione dello staff leasing e del ‘tetto’ per i lavori usuranti. Ieri il segretario Giordano e il ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero, dopo un incontro con il premier Prodi, si sono limitati a commentare che “non ci sono novità”. L’attesa dunque è tutta per il risultato del referendum. Una cosa è certa: mai come in questo caso la parola dei lavoratori è stata così determinante per le sorti di un governo.
(Clg – Deg)