Vent’anni fa le coppie che decidevano di vivere insieme senza sposarsi erano in Italia meno del 2% del totale. Oggi questa scelta viene fatta da circa 12 coppie su 100, che diventano 20 su 100 al nord. Il numero di coppie conviventi è aumentato da 227.000 a oltre un milione. Metà sono convivenze pre-matrimoniali, l’altra metà è rappresentata da persone che non intendono sposarsi e non si sposeranno.
Sposarsi d’altra parte non è più da tempo la condizione per realizzare desideri di maternità e paternità: oggi circa un quarto delle nascite avviene al di fuori del matrimonio. E i matrimoni sarebbero ancor meno se non fossero l’unica via di accesso alla cittadinanza per migliaia di donne straniere.
Nonostante sia così diffusa, la convivenza è un’istituzione ancora incompleta. In termini legali non esiste una vera e propria disciplina delle coppie di fatto, ad eccezione di sporadiche leggi regionali, e chi sceglie di convivere è meno protetto in caso di separazione o di scomparsa del partner. Il matrimonio, al contrario, è definito da un contratto legale che delinea diritti, responsabilità e obblighi reciproci.
Anni fa, l’8 febbraio del 2007, il governo Prodi, su proposta dei ministri Pollastrini e Bindi, approvò un disegno di legge sui diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi, battezzato “Dico”. La legge disciplinava la convivenza di persone maggiorenni “legate da vincolo affettivo”, anche dello stesso sesso. Quel progetto – frutto di una mediazione tra l’anima cattolica e quella laica presenti nella maggioranza di governo, e che oggi ci sembrerebbe avanzatissimo – non venne però mai approvato dal parlamento.
Nell’attuale legislatura, sono stati depositati 11 disegni di legge sul tema. Quello che dovrebbe arrivare al traguardo giace alla commissione giustizia del Senato zavorrato da 4.300 emendamenti, che sono la più diffusa forma di ostruzionismo. Nel frattempo la cattolicissima Irlanda ha detto sì, con un referendum, alla legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. (26 mag)