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Antonio Canu racconta
la “Roma Selvatica”

it@withub.it by it@withub.it
12 Giugno 2015
in Archivio speciali - Libri
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“ROMA SELVATICA” DI ANTONIO CANU

Volpi, gabbiani, pappagalli, testuggini, pipistrelli, granchi, cormorani, storni. E ancora falchi, rospi, ramarri, scoiattoli, barbagianni, farfalle. E poi querce, alberi del paradiso, palme, capperi, viole, papaveri e molto altro. Roma, come ogni città, ha il suo cuore selvatico: sta a noi scoprirlo. Tutto questo in “Roma Selvatica” di Antonio Canu, edito da Laterza (euro 16, pp. 160). “Una delle ultime volte che ho ammirato un falco pellegrino sfrecciare nel cielo di Roma – spiega l’autore – è stato a Casal Bruciato, sulla Tiburtina. Assistevo alla partita di calcio di mio figlio quando mi sono distratto per osservare i gruppi di storni che a frotte ritornavano ai dormitori. Quando uno di questi si è prima chiuso a pugno e poi si è aperto in forme geometriche sempre più veloci, ho scorto la sagoma a falce del falco. Ho dimenticato la partita e ho seguito il volo del rapace, rapido e pulito, senza però che raggiungesse le vertiginose velocità di cui è capace”. Un diario naturalistico urbano dove protagonisti sono animali e piante, la loro storia, il loro arrivo, la loro scoperta, i luoghi inaspettati e vicini che abitano. Canu, ambientalista, esperto di aree naturali protette, giornalista pubblicista, è presidente di Wwf Oasi.

 

BOMPIANI RIPROPONE “LE MERAVIGLIE DI MILANO”

“Le meraviglie di Milano” è un’opera vivissima, piena di suggestioni per il lettore di oggi, scritta dal più grande autore lombardo del Duecento, Bonvesin da la Riva. Bompiani la ripropone con l’introduzione e a cura di Maria Corti, la traduzione di Giuseppe Pontiggia e la prefazione di Vittorio Sgarbi (pp. 144, euro 10). Bonvesin ci regala una affascinante descrizione di Milano su molteplici livelli, un’opera che offre la possibilità di camminare con un pizzico di immaginazione fra le antiche case con i “coperti”, le torri, le belle chiese, il rosso dei mattoni che si affacciano sul verde delle “ripe”, tra fiumi pescosi e lucenti canali, il tutto avvolto in un grande flusso vitale. Con una felice regia, l’autore fa rivivere la realtà cittadina del suo tempo, le condizioni sociali, politiche, economiche di una città dai fitti commerci e dalla nascente industria, ma tormentata dalle ambizioni dei potenti. Libro di una forza genuina e sorprendente, “Le meraviglie di Milano” parla al lettore di oggi offrendogli un messaggio mirabilmente attuale. Poeta e scrittore, Bonvesin da la Riva visse all’incirca tra il 1240 e il 1315. Nato con ogni probabilità a Milano, nel quartiere di Porta Ticinese, fu maestro di grammatica a Legnano prima di tornare in città entro il 1288, anno di composizione di Le meraviglie di Milano.

 

 

LA FINANZA E IL “MONDO ALLA ROVESCIA”

Un Ogm ipersviluppato rispetto alla sua naturale funzione di servizio dell’economia: è la finanza oggi. Gli enormi danni arrecati dalla crisi hanno richiamato l’attenzione sugli effetti di questa mutazione genetica: maggiore insicurezza economica e fragilità finanziaria, più diseguaglianza, meno crescita. Che fare? Più che complicare le regole va ridotta l’alimentazione della finanza attraverso l’eccessivo ricorso a manovre monetarie per governare l’economia. Va rilanciata alla politica la palla che, abdicando a propri compiti, ha passato alle banche centrali, sovraccaricandole di responsabilità. Questa la ricetta indicata da Giangiacomo Nardozzi in “Il mondo alla rovescia. Come la finanza dirige l’economia”, pubblicato dalla casa editrice Il Mulino (pp. 184, euro 12). L’autore è docente di Economia monetaria al Politecnico di Milano. A lungo editorialista del “Sole 24 Ore” è autore di numerosi scritti in tema di sviluppo economico, finanza e governo della moneta. (Red)

 

“FIORE DI FULMINE” DI VANESSA ROGGERI

È quasi sera, quando all’improvviso il cielo si fa livido mentre enormi nuvole nere galoppano a colorare gli ultimi raggi di sole. Da sempre, la prima cosa da fare è rintanarsi in casa, coprire gli specchi e pregare che il temporale svanisca presto. Eppure la piccola Nora, undici anni e il coraggio più scellerato che la gente di Monte Narba abbia mai visto, non ha nessuna intenzione di mettersi al riparo. Nora vuole sfidare il vento che soffia sempre più forte e correre sulla cima della collina. È appena arrivata sotto una grande quercia quando un fulmine la colpisce sbalzandola lontano, esanime. Dopo “Il cuore selvatico del ginepro”, strepitoso successo del passaparola per settimane nella classifica dei bestseller, Vanessa Roggeri ci regala un romanzo che ci trascina nella parte più segreta della nostra anima: “Fiore di fulmine”, edito da Garzanti (pp. 280, euro 16.40). Per tutto il piccolo villaggio sardo dove è cresciuta la bimba è morta. Ma non è quello il suo destino. Nora riapre i suoi enormi occhi verdi, torna alla vita. Il fulmine le ha lasciato il segno di un fiore rosso sulla pelle bianca e la capacità di vedere quello che gli altri non vedono. Nella sua famiglia nessuno la riconosce più. Non sua madre, con cui amava ricamare la sera alla luce fioca di una candela, né i suoi fratelli, adorati compagni di scorribande nei boschi. C’è un nome per quelle come lei, bidemortos, coloro che parlano con i morti, e tutti ne hanno paura. È diventata una reietta, una maledetta. Nel piccolo paese sardo non c’è più posto per lei. La sua nuova casa è Cagliari, in un convento, dove Nora chiude la sua anima in un guscio di dolore, mentre aspetta invano che qualcuno torni a prenderla. Finché un giorno, una donna vestita di nero, elegante e altera, si staglia sulla soglia del convento. È Donna Trinez, una ricca viscontessa. Lei conosce la storia di Nora e sa cosa significa perdere una parte della propria anima. Per questo ha deciso di aiutarla contro tutte le superstizioni. Perché uno sguardo buono e una carezza possono far rifiorire anche un cuore ferito. Questa è la storia di una scelta difficile che va oltre le decisioni del cuore. È la storia del coraggio di una bambina e della forza di una donna. È la storia di una condanna e della capacità di rinascere alla vita.

 

“MI SA CHE FUORI E’ PRIMAVERA” DI CONCITA DE GREGORIO

Ferite d’oro. Quando un oggetto di valore si rompe, in Giappone, lo si ripara con oro liquido. È un’antica tecnica che mostra e non nasconde le fratture. Le esibisce come un pregio: cicatrici dorate, segno orgoglioso di rinascita. Anche per le persone è così. Chi ha sofferto è prezioso, la fragilità può trasformarsi in forza. La tecnica che salda i pezzi, negli esseri umani, si chiama amore. Questa è la storia di Irina, che ha combattuto una battaglia e l’ha vinta. Una donna che non dimentica il passato, al contrario: lo ricorda, lo porta al petto come un fiore. Irina ha una vita serena, ordinata. Un marito, due figlie gemelle. È italiana, vive in Svizzera, lavora come avvocato. Un giorno qualcosa si incrina. Il matrimonio finisce, senza traumi apparenti. In un fine settimana qualsiasi Mathias, il padre delle bambine, porta via Alessia e Livia. Spariscono. Qualche giorno dopo l’uomo si uccide. Delle bambine non c’è più nessuna traccia. Pagina dopo pagina, rivelazione dopo rivelazione, “Mi sa che fuori è primavera” di Concita De Gregorio (Feltrinelli, pp. 128, euro 13) procede a un ritmo che fa di questo libro un autentico thriller psicologico e insieme un superbo ritratto di donna, coraggiosa e fragile.

 

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