Roma, 8 nov – L’occasione è ghiotta per perdersi in una serie di ricordi sul calcio che fu: “Mi ricordo – continua – di cosa erano gli argentini che hanno insegnato a noi italiani a giocare a calcio. Il cuore del Boca Juniors, il cervello del River Plate, la scienza delle passioni. Erano magnifici, padri e nonni del funambolico Maradona, incredibile piccola sfera d’essenza calcistica. Questi argentini hanno cominciato ad arrivare in Italia al principio degli anni ’20, ci hanno insegnato il metodo: una difesa dura e un centravanti che rilanciava sulle ali, lento e preciso come in un tango. Gli italiani, abbrutiti nel lavoro della terra e in quello delle fabbriche, hanno appreso di nuovo la fantasia, l’immaginazione, l’astuzia”. La Federcalcio di allora, ricorda Negri, tentava, in pieno fascismo, di riappropriarsi di quei talenti frutto del meticciato “inventando delle improbabili genealogie italiane”. Ecco spiegato, quindi, lo strapotere calcistico tricolore di quegli anni. “E’ così che è nato il ‘calcio’ (in italiano nel testo, ndr) ed è così che abbiamo vinto due coppe del mondo, nel 1934 e nel 1938, e i giochi olimpici del 1936: con delle squadre composte per metà da gauchos”. Nulla di tutto ciò, invece, si ritroverebbe nel football odierno: “Al giorno d’oggi, quello che vedo alla televisione non ha nulla a che vedere con questo incredibile meticciato. La tecnica ha vinto”, dice Negri citando Max Weber. E ancora: “E’ Materazzi che comanda: vincit, regnat et imperat”. Il rugby, invece, sembra catturare maggiormente le simpatie di Negri: “Sono affascinato dai Pumas (la nazionale di Rugby argentina, ndr), li trovo magnifici. Somigliano alle squadre di calcio italiane (ma in realtà piene di argentini) degli anni ‘30”.
(Asc)