Roma, 13 nov – Le forze dell’ordine non sono intervenute per evitare una mattanza, di fronte a una “rabbia cieca” delle frange di tifoseria più violente, figlia di “un’occasione cercata e trovata” per “per rialzare le bandiere che si era stati costretti ad ammainare dopo la morte di Raciti”. In un’aula della Camera semivuota, il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha riferito sui fatti che hanno portato al decesso di Gabriele Sandri, il 26enne tifoso della Lazio, morto in un’area di sosta vicino Arezzo, mentre si recava a Milano per assistere alla gara della sua squadra contro l’Inter. Un’analisi che – come ha ammesso lo stesso titolare del Viminale – presenta ancora diverse zone d’ombra, a cominciare dalla dinamica che ha portato l’agente di polizia a esplodere ad altezza d’uomo il colpo che ha raggiunto e ucciso il tifoso biancoceleste. “Non so se qualche minuto prima Gabriele Sandri fosse partecipe di una zuffa tra tifosi laziali e juventini – ha riferito Amato –. So che morire così comunque è una cosa assurda e ingiusta” e che “l’unica risposta possibile” a una sorte così tragica è “accertare come sono andate le cose e accertare la verità. Una verità che io ancora non conosco e che sarà accertata dalla magistratura”. Quel che è certo, ci tiene a sottolineare il ministro, è che “il Viminale non ha occultato nulla che sapesse”, nonostante abbia vissuto “ore difficili” nelle quali – ha ammesso – “non siamo stati in grado di dare un’informazione tempestiva. Abbiamo faticato a ricostruire quanto accaduto, non avevamo informazioni da erogare, né io né il capo della polizia. Le notizie si accavallavano e la questura di Arezzo solo tra le 13.30 e le 14 è stata in grado di comunicare che si era trattato di un tragico errore”. Venendo alla dinamica dell’incidente, Amato ha detto che “sembra accertato” che l’agente “sparò con le braccia tese”. (SEGUE)