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Brescia: Dario Fo
dialoga con Chagall

it@withub.it by it@withub.it
22 Gennaio 2016
in Archivio speciali - Mostre
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Un progetto assolutamente originale che corre sul binario di due personalità senza alcun dubbio uniche, affascinanti, spiazzanti. Il grande artista Marc Chagall con i suoi capolavori degli anni russi, arricchiti da un racconto d’eccezione, come può essere solo l’omaggio di un premio Nobel come Dario Fo. A pieno titolo è lecito parlare di un incontro tra due geni per la mostra “Marc Chagall. Opere russe 1907-1924” che si tiene fino al 15 febbraio al Museo di Santa Giulia di Brescia e che viene presentata questa mattina. Da un lato il pittore lirico e surreale protagonista dell’arte del XX secolo, dall’altro il premio Nobel per la letteratura, commediografo, scrittore, ma anche pittore innamorato di Chagall. Cui Fo si sente particolarmente vicino, per il gusto del fantastico, del paradossale, del surreale e dell’impossibile. Il dialogo si concretizza in due esposizioni distinte, poste in stretta relazione tra loro: nella prima sono esposte le opere di Marc Chagall raccontate dall’artista stesso attraverso una serie di stralci tratti dalla sua autobiografia Ma Vie, scritta tra il 1921 e il 1922; nella seconda Dario Fo racconta le opere di Chagall attraverso i sui testi, illustrati da preziosi disegni e dipinti, creati appositamente in occasione dell’esposizione a Brescia. Il pubblico potrà ammirare alcuni dei più importanti capolavori di Marc Chagall, opere di fondamentale importanza per capire il percorso artistico del maestro russo, come la veduta dalla finestra a Vitebsk del 1908, Gli Amanti in blu del 1914, la Passeggiata del 1917-1918, l’Ebreo in rosa del 1915 e molti altri.

COSENZA: ALBERTO BURRI E I POETI

Nell’anno in cui in tutto il mondo si celebra il centenario della nascita di Alberto Burri, un omaggio del tutto originale al grande maestro umbro è quello che gli viene reso al MAON – Museo d’Arte dell’Otto e Novecento di Rende, in Calabria. La mostra “Alberto Burri ed i Poeti”, che si avvale della collaborazione della Fondazione Burri, fino al 27 febbraio, si incentra sulle creazioni dell’artista che testimoniano il suo rapporto assiduo e particolare con la poesia e i poeti. Si tratta di lavori originali realizzati per copertine di libri in edizioni ormai rare e di pregio, di opere create da Burri per edizioni particolari, straordinarie testimonianze di intense collaborazioni. E’ noto il particolare il rapporto tra Burri e Giuseppe Ungaretti. Per il grande poeta, Burri era, insieme a Fautrier, il pittore più amato. In una sua lettera del ’63, ne tratteggia questo ritratto: “Burri, il medico, poi pittore reduce dalla prigionia nei campi di concentramento che, con quell’orrore negli occhi vuota, nelle sue opere, il bubbone infernale, ne mostra in mezzo ai lutti, l’ingiusto cratere di sangue e di fuoco voluto dall’inferno, e mostra come la fiamma della libertà domini alla fine anche il più atroce sadismo”. Pochi mesi dopo Ungaretti visita la Biennale di Venezia e resta colpito dalla “stupenda sala di Burri, l’ultimo pittore rimasto nel mondo… Fontana ha una purezza unica. Il resto o è vecchio o è stupido. La pittura è morta. La poesia è morta. Tempi allegri!”. Per gli 80 anni del poeta, vengono pubblicate, le poesie d’amore tra Ungaretti e Bruna Bianco, con il titolo “Dialoghi”. E per questa preziosa edizione Burri crea una sua Combustione. Ungaretti è certo il più illustre ma non l’unico dei poeti con cui Burri ebbe consuetudine. Furono Libero De Libero e Leonardo Sinisgalli a introdurre Burri, all’indomani del rientro dalla prigionia americana, nell’ambiente artistico romano, con una prima mostra nel 1947. Quando, alla fine del ’49, Burri si misura con i sacchi che contenevano lo zucchero destinato dagli alleati all’Italia, Emilio Villa, biblista e poeta, scrive: “Alberto Burri coltiva come in vitro, anzi come in lino, queste contrattili anatomie di organismi inespressi, incerti tra una parvenza di materiali biologici fuori uso e un ideale di fulminei universi tra il gigantesco e il minimissimo: una ambiguità spalancata, un desiderio di stringere ricordi di cose che devono chiarirsi”.

MILANO: L’INCANTO DEI MACCHIAIOLI

Al Museo Poldi Pezzoli di Milano si “ricompone” la Casa dei coniugi Giacomo e Ida Jucker, grandi collezionisti dell’arte del secondo Ottocento, grazie alla mostra “L’incanto dei Macchiaioli nella collezione di Giacomo e Ida Jucker”, allestita presso la Casa-Museo fino al 29 febbraio. La raffinata raccolta di 55 dipinti, collezionati con rigore filologico a cavallo tra le due guerre dall’imprenditore italo svizzero ispirato dall’esperto consiglio di Emilio Cecchi e Enrico Somarè, è dedicata prevalentemente ai Macchiaioli e a qualche esponente di spicco del secondo Ottocento italiano. Solo oggi, dopo più di quarant’anni dall’ultima esposizione al pubblico, che ne decretò il successo della critica, la collezione è stata ricomposta nella mostra. Particolarmente indovinata la prestigiosa sede espositiva che consente di accostare due figure di assoluto rilievo, esponenti della grande tradizione del collezionismo lombardo: Gian Giacomo Poldi Pezzoli e Giacomo Jucker. La mostra è stata occasione per sviluppare l’attività di studio e ricerca sul fenomeno del mecenatismo artistico in Lombardia, cui è dedicato per elezione il Museo Poldi Pezzoli. Una suggestione particolare suscita sul piano urbanistico la sede museale di via Manzoni che si colloca sull’asse di collegamento con Casa Jucker in Mauro Macchi, dove nacquero le collezioni Giacomo e Ida Jucker.

BOLOGNA: OMAGGIO AI BRUEGHEL

Una mostra dedicata ai Brueghel, a Palazzo Albergati a Bologna fino al 28 febbraio, ripercorre la storia della dinastia di eccezionale talento attiva tra il XVI e il XVII secolo, con oltre 150 anni di capolavori. Un viaggio nell’epoca d’oro della pittura fiamminga alla ricerca del genio visionario di ben cinque generazioni di artisti in grado di incarnare coralmente – come mai nessuno né prima né dopo di loro – lo stile e le tendenze di oltre un secolo di storia dellʼarte. Brueghel, nome di una famiglia diventata nei secoli passati marchio di eccellenza nell’arte pittorica, comprendeva la più importante congrega di artisti fiamminghi a cavallo tra il XVI e XVII secolo interpreti dello splendore del Seicento. In mostra opere di Pieter Brughel il Vecchio, Pieter Brueghel il Giovane, Jan Brueghel il Vecchio, Jan Brueghel il Giovane, Abraham Brueghel, Ambrosious Brueghel, in un’esposizione che analizza la rivoluzione realista sulla pittura europea nata dal genio della famiglia, che ha influenzato, attraverso lo sguardo degli stessi inventori, i grandi temi della storia dell’arte occidentale. In mostra anche un’importante selezione di artisti – da Frans de Momper a Frans Francken, da Hendrick van Balen a Joos de Momper, a molti altri che hanno collaborato a dar vita a una delle pagine della storia dell’arte più ricche, articolate e affascinanti – insieme ai membri della famiglia Brueghel, veri maestri del dettaglio e specialisti nella pittura di animali, di fiori, di oggetti.

NAPOLI: LA FRONTIERA POP DI MARK LECKEY

“Desiderata (in media res)”, fino al 29 febbraio al Madre – Museo d’arte Donna Regina di Napoli, è la prima retrospettiva e la prima mostra personale in un’istituzione pubblica italiana, dedicata all’artista britannico Mark Leckey (Birkenhead, 1964), vincitore nel 2008 dei prestigiosi Turner Prize. La mostra presenta nuove produzioni accanto a un’ampia selezione di opere storiche, in ciascuno dei mezzi espressivi utilizzati dall’artista: scultura, installazione, performance e video (a partire dall’iconico video del 1999 “Fiorucci Made Me Hardcore” sulla cultura musicale giovanile dell’epoca, che impose l’artista all’attenzione internazionale). Rivelando la profonda e seminale influenza che l’artista britannico ha esercitato sulle generazioni successive, la ricerca artistica di Leckey opera al di là del campo specifico dell’arte, muovendosi costantemente al confine fra arte e vita quotidiana ed esplorando il modo in cui valori, narrazioni, simboli, feticci, oggetti (sia materiali che immateriali) ridefiniscono la sfera dei nostri desideri e fantasie più intime, plasmando la nostra identità e le nostre memorie. In questo modo Leckey analizza, nelle sue opere, l’inestricabile articolazione contemporanea fra cultura alta e cultura popolare, fisicità e virtualità, copia e originale, singolo e collettività.

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