Genova, 28 gen – “Testimonianze agghiaccianti, atroci, commoventi”, tutte contenute nel libro trilingue (italiano, russo e ucraino di Giulio Vignoli, in collaborazione con Giulia Giacchetti Boiko, residente a Kerch (Ucraina), dal titolo “La tragedia sconosciuta degli Italiani di Crimea”, sugli ultimi sopravvissuti alla deportazione nel gennaio del 1942 degli italiani di Crimea in Kazakhstan ma che vede protagonisti “anche coloro che si trovano ancora in Crimea” sottolinea Vignoli. La storia inizia nel lontano 1830, quando un massiccio flusso migratorio partì dalla Puglia per la Crimea. Gran parte degli emigranti, in partenza soprattutto da Risceglie, Molfetta e Trani, erano contadini attratti dalla possibilità di coltivare terre quasi vergini, soprattutto a vite. Erano incoraggiati dal governo zarista che inviava emissari in Europa Occidentale, i quali vantavano i vantaggi di tale viaggio (vantaggi che a volte non esistevano). Nel 1848 già molte famiglie italiane risiedevano a Kerch (sullo stretto di Kerch che congiunge il Mar Nero con il Mar d’Azov) tanto da costruire una chiesa di medie dimensioni, ovviamente cattolica romana, tuttora esistente. Intorno al 1870 vi fu un altro flusso migratorio sempre dalla Puglia e anche da altre Regioni italiane, che si stabilì non solo a Kerch, ma anche a Simferopol a Feodosia (l’antica Caffa genovese) e in altri porti del Mar Nero e del Mar d’Azov. Ai primi del ‘900 gli Italiani del distretto di Kerc costituivano il 3% della popolazione: avevano una loro scuola, elementare e media, un circolo ricreativo, una chiesa e una biblioteca. nelle stive per la traversata dello stretto, poi in vagoni piombati fino a Bakù, poi con navi traversano il Mar Caspio, poi ancora in vagoni piombati fino in Kazakistan: Karagandà, Astanà, mentre altri arrivano a alla Kolima sul Mar Glaciale Artico. (SEGUE)