Con la conferenza “Gastronomia e arti figurative: pittura fiamminga e pittura italiana”, tenutasi ieri pomeriggio a Palazzo Firenze a Roma hanno preso il via le oltre 100 manifestazioni organizzate dalla Società Dante Alighieri in occasione della Prima Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. Il tema, come spiegato dal segretario generale della Società Dante Alighieri Alessandro Masi, è la progressiva diffusione, tra il ‘500 e il ‘700, di una pittura dedicata a illustrare il mondo dei cuochi e dei loro ingredienti, fino ad allora reputati volgari e indegni per l’arte. Il dottor Michele Canonica, presidente Comitato di Parigi della Società Dante Alighieri, ha introdotto l’intervento del professor Pietro Boccardo, direttore dei Musei di Strada Nuova di Genova. Boccardo ha analizzato per il pubblico una ricchissima serie di dipinti fiamminghi e italiani, segno di una svolta culturale e dell’affermazione di una società in cui “l’edonismo ha i suoi principi”. “Il riferimento interpretativo – racconta il professore – è ‘La cuoca’ (1625) di Bernardo Strozzi, pittore e religioso genovese. Oggi sembra un soggetto banale, ma alla sensibilità del tempo suggeriva profanazione. Tra i fiamminghi, il caposcuola è Pieter Aertsen con ‘Macelleria con la fuga in Egitto’ (1551), in cui una scena sacra sullo sfondo dà legittimità a un soggetto di genere, preponderante sulla tela. Questa scelta ha grandissima fortuna nelle Fiandre al punto che, nel 1559, Aertsen ritrae una cuoca vera e propria: in Italia sarebbe stato impensabile. Strozzi, non a caso, fu incriminato per pittura scandalosa. Nell’interrogatorio venne chiesto ai testimoni se l’artista avesse mai dipinto ‘effigi lascive’ o ‘ogni sorta di verdure’! Per l’autorità ecclesiastica del 1600 la natura morta, se dipinta da un pittore religioso, era inaccettabile”. (Chi – 22 nov)
