C’è una fila di gente in attesa di entrare al supermercato: si forma già un’ora prima dell’apertura e fino a sera è sempre molto lunga, tanto da girare l’angolo e arrivare, in alcuni momenti della giornata, fino alla piazza, trecento metri più su. L’una con l’altra, le persone mantengono una distanza di circa quattro metri. Molte hanno il classico carrellino, altre una quantità di buste da riempire.
“A Ci’ – fa una ‘vicina’ all’altra, scostandosi il fazzolettone a fiori che s’è avvolta attorno alla bocca – sarà sicura? ‘Sta lontananza abbasterà?”.
“Ecchennesò, a Cla’ – risponde l’altra, che ha la mascherina – qui nun ce se capisce più gnente. Dicheno un metro, dicheno due. Così però dovrebbe stacce”.
“Dovrebbe stacce, sì – concorda l’altra, estraendo il cellulare e componendo un numero. Tre posizioni più in giù scatta la suoneria dell’Inno di Mameli. In tempi di Covid sta andando alla grande, almeno a Monteverde nuovo ma in genere in situazioni come queste si fa in tempo ad intenderne solo il ta-tatatà tatatà tatatà ta-ta introduttivo perché entro il secondo squillo, quando si è fermi a far nulla, si prende subito la chiamata.
“Dimme Cla’” risponde una signora coi guanti di lattice ma a viso scoperto.
“Che dici, Paole’, io e Ci’ ce chiedevamo: ma basterà ‘sta distanza p’esse certi de non beccasse ‘sta porcheria che gira?”
“Ma sì. Dicheno sì. Speramo”.
“Tu che prepari oggi?”.
“Volevo fa’ la trippa”.
“Bona. Co li facioli?”.
“Ar sugo”.
“Tu che stai lì, che vedi? Quanto manca?”.
“Sette persone prima de me. Io so’ l’ottava. Ce fanno entra’ du’ a due”.
“Ecceloso. Mercoledì un’ora e mezza ce so stata piantata qui come n’allocca”.
“Signo’, a chi lo dice! Io l’altro giorno un’ora ad aspetta’ il supermercato e un’altra ora in farmacia” s’intromette un uomo qualche posizione più in alto: i romani non hanno ancora adeguato il volume della voce al nuovo silenzio cittadino, ormai privo di traffico e di qualsiasi attività. Si parla ancora come immersi nel costante tumulto delle strade di appena qualche giorno fa, per cui tutti, pur rigorosamente distanziati nella fila, sentono facilmente tutto.
“Chiudeno presto. E mo’ ce levano pure la domenica” si lamenta un terzo.
“Deveno da riapri’ il mercato” fa la signora Claudia non si sa più se al telefono o così, alla fila.
Scatta il dibattito. La lunga coda si scinde in due partiti: gl’integralisti per chiudere “perfino er tabbacchino”, quelli più morbidi che chiosano: “Se ce costringi a fa’ le aringhe l’uno sull’altro perché se ferma presto er supermarket, prima o poi capita d’alita’ l’uno sull’altro”.
E così via, mentre la fila avanza lentamente. E lentamente passa un altro giorno.
(giovanni de simone)